Autore: pruriti

  • Boicottaggio accademico: la mozione del DSFTA

    Nella giornata di ieri il dipartimento di scienze fisiche, della terra e dell’ambiente ha approvato una mozione storica per l’università di Siena.

    Davanti alla guerra genocida in corso a Gaza e alla politica di pulizia etnica in corso in Cisgiordania il DSFTA si impegna a:

    «Rescindere e non intraprendere accordi di cooperazione o collaborazione con le autorità israeliane, con le università, con enti di ricerca e con soggetti economici privati israeliani, fino alla cessazione di questa e fino alla manifestazione chiara, da parte del governo israeliano, dell’intenzione di rispettare i diritti fondamentali del popolo palestinese, il diritto internazionale e umanitario e le risoluzioni delle Nazioni Unite».

    «Emanare in tempi brevi un Regolamento Ethical Due Diligence uniforme e trasparente che garantisca l’assoluta estraneità del nostro Ateneo a collaborazioni con enti esterni, pubblici e privati, responsabili o beneficiari diretti di guerre o gravi violazioni dei diritti umani o orientati alla produzione di saperi e tecnologie ad uso militare o dual use».

    Il 14 ottobre si riunirà il senato accademico e l’ateneo dovrà prendere una decisione sulla mozione. Gli studenti hanno già confermato il loro sostegno.

    Noi saremo con loro, per un’università libera dalla guerra e per la fine del genocidio.

    Autore: b.

  • Una pastarella indigesta

    Rispetto alle copiose manifestazioni di dissenso nelle piazze dello scorso 22 settembre e alle pressioni per il riconoscimento dello Stato di Palestina, il Governo con tutti i suoi apparati di propaganda e, più specificamente, i diretti interessati Tajani e Meloni hanno utilizzato la presenza di Hamas come il paravento dietro cui nascondere la propria implicazione nei massacri perpetrati da Israele e il loro totale asservimento coloniale al (dis)ordine imperialistico a stelle e strisce, fino al mandato Biden celatosi dietro la maschera dell’atlantismo ormai caduta.


    In questione non è qui il dibattito storico-politico e strategico-militare sulla natura e le prospettive del fanatismo terroristico di Hamas, dibattito tanto necessario quanto impreparate sono le società occidentali ad affrontarlo, ma come i responsabili del posizionamento e della proiezione internazionale a medio-lungo termine del Paese stiano strumentalizzando un tema problematico per rimuovere e neutralizzare la questione del riconoscimento dello Stato di Palestina, alla quale non sono in grado di fornire una risposta all’altezza dell’impellenza e della gravità storica.


    Ammettiamo ipoteticamente, dunque, senza concederlo, che l’argomento sia valido, senza impelagarci nella discussione su Hamas, sebbene anche soltanto a questo stadio emergano fallacie evidenti relative al coinvolgimento italiano nella fornitura d’armi ad Israele e più in generale alla tutela degli interessi del nostro Paese nella regione – ma non è su questo che vogliamo insistere.


    E allora, anche se si accettasse quanto sostenuto dal Governo, l’assenza di un interlocutore legittimo a governare e amministrare il territorio potrebbe però valere appena per la situazione di Gaza: la giustificazione, cioè, si terrebbe in piedi solo al prezzo di indifferenza e abbandono categorici nei confronti delle popolazioni della Cisgiordania e dell’ANP-Fatah. Parliamo di milioni di persone esposte quotidianamente a pratiche di colonialismo, furto di acqua e risorse, violenze e soprusi. Ricordiamo che, a differenza di quanto sostenuto da media italiani di vario segno politico, il riconoscimento dello Stato di Palestina non è soltanto un “gesto simbolico” o un “segnale”: lo sarebbe forse dal punto di vista istituzionale e nell’ottica della risoluzione definitiva della controversia, ma avrebbe, tuttavia, conseguenze concrete e dirette sotto il profilo giursdizionale circa la protezione da assicurare ai civili, inermi e innocenti, veri martiri immolati sull’altare della giustizia invocata da entrambi i lati dello spettro fondamentalista.


    E si tratterebbe di implicazioni ben più significative ed esigenti, di un riconoscimento di dignità e diritti foriero di ben più numerosi effetti rispetto alla concessione caritatevole di ospitalità in Occidente rivolta a qualche manciata di bambini, di ricercatori universitari e di malati, di cui i Governi occidentali si serviranno per “metterli sul piatto” e tentare così di stemperare e addolcire il carattere criminale della propria complicità.


    Ognuno dovrà assumersi le responsabilità politiche e storiche delle proprie scelte, delle omissioni, delle ipocrisie e delle tecniche adottate per sviare il dibattito dalle questioni reali, nonché dei tentativi di lavare con un colpo di spugna la coscienza propria e altrui. Qui resteremo fedeli all’impegno della vigilanza e della critica. Se perderemo questa battaglia, non sarà per ingenuità o leggerezza. ¡No pasarán!

    Autore: 60.

  • La priorità del governo in risposta al grido di protesta dell’intero paese: una vetrina rotta

    Lo sciopero e le manifestazioni che hanno attraversato il nostro paese segnano sicuramente un punto di grande importanza per il risveglio delle coscienze del popolo italiano. L’Italia tutta da nord a sud ha manifestato il disgusto e il dissenso per il genocidio più documentato della storia. Studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori, bambini, anziani, disabili sono uscite fuori da una torbida nuvola di menefreghismo e si sono ripresi la loro dignità in quanto classe sociale.

    Ribellatevi, ma con moderazione ci dicono da tutte le parti, una vetrina rotta diventa il focus dell’intero governo. Una vetrina rotta è più importante di vite umane? La risposta è sì per Tajani, Meloni, Salvini, che continuano a mostrare solidarietà alle forze dell’ordine per qualche agente ferito, ma non parlano degli idranti e dei lacrimogeni sparati da quegli stessi agenti contro i manifestanti, compresi bambini e disabili, come quanto è avvenuto in autostrada a Bologna e al porto di Venezia, mettendo a rischio la sicurezza dei propri concittadini lì a scioperare come garantito dalla nostra Costituzione. La stessa contraddizione bizzarra avviene guardando a come l’Italia sia invece molto brava a scortare e proteggere ad esempio soldati israeliani che vengono qui sulle nostre coste per defaticare dalle fatiche della guerra, ma non abbastanza per schierarsi nella protezione internazionale dei suoi connazionali in partenza sulla Sumud Flotilla. Strano per un governo che fonda la sua logica propagandistica proprio sul benessere degli italiani!

    “Il nostro presidente” come ama farsi chiamare ha perso l’ennesima occasione di rappresentare il suo popolo, ha deciso di ignorare mezza Italia che le chiede, le grida disperatamente, di prendere delle decisioni concrete per il genocidio tutt’ora in atto a Gaza. Ha per l’ennesima volta rifiutato di fare il lavoro per cui è pagata e per cui ha giurato. Il 22 settembre è una data che sarà ricordata a lungo e che dobbiamo replicare e raddoppiare, perché «le strade appartengono alle persone» e questo non ce lo dobbiamo dimenticare. Il sentimento di malcontento, malessere e miseria rispecchiato da un risveglio delle coscienze, ci ricordano che la questione palestinese ci sta insegnando tantissimo. Manifestare in piazza per il genocidio, è lottare trasversalmente per tutti i popoli oppressi, compresi noi tutti. Dopo il comunicato di Francesca Albanese, relatrice ufficiale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, abbiamo avuto la comprovata certezza che questo genocidio ha alle spalle enormi interessi economici, di cui i nostri governi sono tra gli sporchi collaboratori. Dunque scendere in piazza vuole dire riprendere coscienza in quanto classe sociale che subisce un sistema che ci impoverisce annientando le libertà collettive. Il 22 settembre 2025 l’Italia dopo anni di astensionismo, di silenzio passivo, ha deciso di sfondare la logica dell’isolamento a cui il potere tanto auspica di relegarci per prendere parola. Le proteste in tutta Italia si sono svolte nella totale pacificità dei manifestanti, ma a queste centinaia di migliaia di persone il presidente Meloni non presta attenzioni, non dedica nemmeno una riga in un post Instagram, più importante la vetrina rotta a Milano, ma tutte le città della penisola che si sono unite in unico grido? È evidente quanto il distacco tra il governo con le sue istituzioni e il suo popolo sia netto in questo periodo storico. D’altronde come la storia ci insegna solo il popolo salva il popolo. E spoiler: nessuno dei diritti duramente conquistati dai nostri avi è stato conquistato senza dare fastidio e senza rompere qualcosa, sicuramente non è sussurrando in punta di piedi che il padrone ci darà il permesso di entrare.

    Autrice: Rossella Castello.

  • Niente di nuovo sul fronte orientale

    Il romanzo di Remarque si sofferma molto sullo scarto tra la situazione del fronte e quella dietro le linee. Poco lontano dalle trincee, dal vicolo dei topi, dove i morti perdono le ossa, la vita continua tranquilla. L’abitudine, le illusioni della propaganda e dell’informazione, se esiste distinzione tra le due, prevalgono sull’umanità e sull’orrore.

    Allora il fronte era a occidente, ma quella terribile contraddizione la ritroviamo identica, oggi, sul fronte orientale. Lo testimonia il servizio del Guardian a Tel Aviv, dove a 70 chilometri da Gaza gli israeliani affollano le spiagge, le discoteche, i bazar e tutto scorre normalmente.

    Quando Matthew Cassel, il reporter, chiede a dei passanti come possano digerire tutto ciò, come possa essere quella la loro reazione davanti a tanta morte, una ragazza risponde: «L’80% delle foto e dei video che vedi sono falsi», un altro aggiunge «Nessun palestinese è innocente, anche i bambini sono futuri terroristi».

    Quando mi ritrovo su Instagram a guardare storie e vedo un repost di un video straziante e poi subito dopo un aperitivo in compagnia non posso non pensare che ci siamo cascati anche noi. Come possono quelle due cose stare insieme? Come posso stare qua a scrivere invece di uscire e urlare?

    Eppure, eccomi qua, ed eccovi qua, io e voi, provando a fare il nostro piccolo, consapevoli che sia troppo poco.

    E quando domattina leggeremo di altri 90 morti a Gaza, altri 90 Paul, penseremo: niente di nuovo sul fronte orientale. E ancora una volta diremo tra i denti: «Basta».

    Autore: b.

  • Il ministro Giuli a Siena: la supercazzola sul paesaggio.

    Nella giornata di ieri, in occasione del secondo incontro preparatorio in vista delle celebrazioni per l’anniversario dei 25 anni della Convenzione europea sul Paesaggio, si è tenuta a Siena una giornata di studi intitolata Cambiamento climatico e tutela del paesaggio tra cultura, natura e identità.

    Dalla fitta serie di interventi mattutini – da parte di rappresentanti del comune di Siena, dell’UNESCO, della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e non solo – emergono due costanti, una retorica e una sostanziale. Quella retorica riguarda una frase che quasi nessuno dei relatori ha mancato di pronunciare: «l’adattamento al cambiamento climatico» adattamento, certo, non contrasto, «e la tutela del paesaggio sono sfide essenziali, motori di resilienza e di associazionismo locale». La costante sostanziale invece, ben più ancorata alla realtà, sbugiarda questa visione in parte auspicabile, almeno per quanto riguarda l’associazionismo locale, e in parte molto confusa (cosa significa esattamente motore di resilienza?), in quanto conferma una tendenza che vediamo sempre più forte, ovvero che i fondi statali necessari ai progetti di tutela del paesaggio e “adattamento” al cambiamento climatico sono destinati esclusivamente a quei luoghi in cui c’è forte interesse turistico. Non a caso gli esempi portati dai relatori riguardavano Venezia e le Cinque Terre. Emblematico in questo senso l’intervento di Gabriele Nannetti, Soprintendente Abap per le provincie di Siena, Arezzo e Grosseto del MiC, dove sostiene che non si deve sottovalutare il cambiamento climatico perché può intaccare il flusso turistico: estati più brevi significano meno giorni di mare, dunque l’esigenza di più strutture ricettive dotate di piscina.

    In realtà la vera costante della giornata è stato il chiacchiericcio di fondo, testimonianza di un disinteresse generale, oltre che a una mancanza di rispetto, culminato con l’arrivo di Giuli e una corsa collettiva ad accoglierlo che ha lasciato il relatore di turno a parlare con poco più che le telecamere. Sospetto che la vera ragione per cui membri della giunta comunale, di Si.Ge.Ri.Co, tenutari di hotel, agriturismi, vigneti e vari rappresentanti dell’aristocrazia cittadina si trovavano lì, non fosse il genuino interesse per clima e paesaggio, piuttosto il pranzo, ottima occasione per fare nuove conoscenze, e la presenza del ministro: in molti aggiungeranno al curriculum la soft-skill di essersi complimentati e aver stretto la mano a un esponente di governo.

    Alle 12:00, dopo la pausa caffè, parla Giuli. Come al solito non è facile trovare il filo condutture in quella matassa di paroloni in libertà che il ministro ama srotolare nelle sue apparizioni pubbliche. Ad ogni modo, tra vari sfondoni – per esempio consigliamo al ministro di ricontrollare la definizione di umwelt – emerge che il MiC spinge per un «paesaggio di qualità» che sia dinamico, innovativo e che racchiuda in sé «ambiente, storia e identità». Chiedo a voi lettori cosa questo voglia significare.

    Si arriva poi alla parte più divertente, cosa può fare il Ministero della Cultura? Il ministero deve e può educare al paesaggio, dice ancora Giuli, deve educare al rapporto tra uomo e bellezza. Deve creare progetti che sostengano la tutela del paesaggio attraverso l’arte (?) e creare un coordinamento che sia in grado di scavalcare la burocrazia immobilizzante. Dice tutto ciò col tono di chi sta all’opposizione – tipico del governo Meloni – ma caro ministro, se crede, agisca.

    Alla fine di un confusionario quarto d’ora il discorso del ministro termina tra gli applausi, mi fa male la testa, l’unica cosa che riesco a pensare è: «Quindi? Qual è il punto? Perché diavolo lo hanno invitato?». Presto detto, durante la conferenza stampa il ministro avrebbe dato rassicurazioni sull’ingresso del ministero come socio della fondazione Santa Maria della Scala (host dell’evento), progetto iniziato dal suo predecessore, che prevede un contributo ministeriale di 1,1 milioni di euro.

    Non è un male, in linea di principio, che il governo investa su arte e cultura, speriamo soltanto che l’apporto di Giuli sia meno disastroso di quello che ha portato al MAXXI.

    Autore: b.

  • Pallottole invisibili

    Assassinare una persona disarmata e indifesa è sempre sbagliato. Non può esserci giustificazione per un gesto simile, che rappresenta una sconfitta per chi lo compie, per chi lo subisce e per l’intera collettività.Tuttavia, fermarsi a questa sola condanna rischia di essere insufficiente. L’atto violento che oggi scuote le cronache si inserisce in un contesto sociale complesso, in cui la violenza non si manifesta soltanto con il sangue di un martire, ma anche attraverso ideologie che feriscono senza apparire.Charlie Kirk non ha mai usato la forza fisica; la sua militanza, che non a caso ha scelto come terreno fertile i campus universitari, luogo in cui le persone diventano e consolidano ciò che saranno per il resto della loro vita, possiamo davvero definirla “non violenta”? La sua retorica ha spesso legittimato la supremazia bianca, la negazione dei diritti delle donne (arrivando a sostenere che il vero scopo della loro presenza nei college fosse trovare un marito facoltoso prima di “invecchiare”), la subordinazione dei corpi femminili, la mancata legittimazione della Palestina. Tutto questo costituisce una forma di violenza meno evidente, che non si misura in un video di quattro secondi, ma che plasma il pensiero pubblico e normalizza l’oppressione, e questa non è solo ideologia e video ragebaiting su instagram: tutto questo si ripercuote nella vita quotidiana di milioni di persone, causando dolore e morte concrete quanto le pallottole che abbiamo visto ieri. I suoi dibattiti, difesi e osannati dai suoi sostenitori come simbolo delle sue buone intenzioni, raramente miravano a un confronto costruttivo, ma a produrre polarizzazione: convincere sempre di più chi gia la pensa come lui che ha ragione, prendendo ad esempio la confusione di alcuni studenti interrogati a bruciapelo su questioni scivolose, e a causare reazioni forti dall’opposizione, sempre e comunque a favore di telecamera e di views su tiktok.Un capitolo rilevante della sua retorica riguarda la difesa della diffusione delle armi da fuoco. Rimbalza ovunque da ieri la clip in cui affermava che alcune vittime “accidentali” all’anno rappresentassero un prezzo accettabile per garantire la tutela del Secondo Emendamento. Posizione che rivela in maniera esemplare la logica di un’ideologia fondata su un privilegio esistenziale: le vite sacrificate appartengono ad altri, a comunità marginalizzate, mentre chi difende questo principio si percepisce al sicuro, impermeabile alle conseguenze. È una prospettiva che minimizza le vittime concrete trasformandole in “effetti collaterali” e che mostra come la violenza non sia necessariamente un’azione. Questo non significa, sia chiaro, che la sua uccisione sia una vittoria. Al contrario: non lo è per nessuno, neppure per chi da anni combatte contro le idee che rappresentava. Anzi, proprio questo atto diventa un assist senza precedenti nelle mani dei suoi alleati: non è un caso che personalità vicine a Trump, come Laura Loomer, abbiano già invocato una repressione totale di ogni forma di organizzazione di sinistra, presentata come “minaccia nazionale”. Di questo regalo pagheremo le conseguenze per lungo tempo, temo: ed è difficile valutare se Kirk abbia fatto più danni in vita di quanti ne fará da morto.La veritá é che la violenza assume molte forme, non tutte immediatamente riconoscibili. Alcune si vedono, altre rimangono invisibili, ma ugualmente pericolose. La domanda è: come interrompere questo circolo vizioso? Voglio osare, non un martire alla volta.

    Ali.

  • Right will be right

    Se lasciamo da parte violenza e repressione, qual è la caratteristica delle destre? Prendere i voti dai poveri per fare l’interesse dei ricchi. Il nostro governo ce lo sta dimostrando ancora una volta. Al Meeting di Rimini Meloni ha avuto ancora il coraggio di parlare dell’Italia come paese più forte dell’eurozona, sventolando un tasso di occupazione senza precedenti. Bene, l’occupazione è salita, ma perché? Come? Questo fenomeno è da imputare principalmente all’ondata di assunzioni dovuta ai fondi PNRR. Ma più che di occupazione reale si tratta di una bolla. Non appena i contratti finiranno, coi fondi PNRR esauriti, la situazione tornerà subito drammatica. Lo stanno già sperimentando i tantissimi ricercatori RTDA (ricercatori a tempo determinato senza prospettiva di stabilizzazione), a cui pure la premier ha detto di aver destinato fondi senza precedenti. Fatto anch’esso vero, ma in negativo.

    Ciò di cui Meloni non parla, e non parla mai, è il fatto che siamo l’unico paese Europeo in cui, dal 1990, i salari sono diminuiti. Al contrario i dividendi delle major italiane si sono gonfiati. Secondo Oxfam, dal 2020 le cedole delle grandi aziende italiane sono salite di circa l’84% – col rialzo più grande registrato tra 2022 e 2023, proprio l’anno dell’insediamento di Meloni –, mentre gli stipendi del settore privato sono calati del 13%. 

    La premier ha inoltre parlato di investimenti record in sanità, università e ricerca, senza tralasciare un elogio al ministro Bernini per la “grande conquista” dell’abolizione del numero unico a medicina. Tutto ciò è falso, ma avremo modo di vedere perché.

    Autore: b.

  • La “fretta”

    La “fretta” è una brutta bestia: condiziona chiunque, catturando la nostra mente per ore, giorni, settimane o anche più. La “fretta” ci permette però anche di sopravvivere alla criticità del mondo che ci circonda, scavalca i quesiti che ci vengono posti davanti e (nei peggiori dei casi) ci confeziona appositamente delle strade prefissate con cui interpretare le informazioni che ogni giorno ci capitano davanti. Lo so, è una banalità, una riflessione non molto approfondita, ma come molte realizzazioni non avviene con l’elaborazione degna di un saggista, quanto più con una lucidità che scandaglia un apparente ordine che costruiamo dentro di noi per filtrare quello che vediamo. Paradossalmente questa lucidità per me non è mai chiarificatrice; piuttosto si manifesta come una grande forma di caoticità che mi pone di fronte a qualcosa di difficilmente controllabile: L’immensa contraddittorietà che il mondo rappresenta per chiunque voglia farsi un’idea di esso.  

    Questa sensazione è spesso travolgente, soverchiante nei casi peggiori, capace di renderci passivi ad una paura animalesca e, a volte, l’unica reazione percepibile è quella che proverebbe una preda davanti al suo predatore naturale: una fuga irrazionale, mossa da un’adrenalina difficilmente esperienziabile in contesti diversi. La grande ironia di tutto ciò è che le informazioni che muovono il nostro mondo sono visibili ovunque, ma non percepibili. La fuga è quindi impossibile (o come tale viene percepita). In questo senso la “fretta” è per molti (io in primis) una soluzione accettabile, una serie di priorità che ci mettono in moto prima ancora che questo senso d’impotenza si manifesti in una corsa destinata all’auto esaurimento.  
     
    Questa mattina era per me caratterizzata da quella “fretta” di cui parlavo poc’anzi. Ho passato le prime ore del giorno ad evitare le notizie e i pensieri che spesso mi assillano, cercando una soluzione facile alla giornata. Poi le cose sono andate per il peggio e sono stato “costretto” a rimettere in ordine le mie priorità. Tutto è stato spazzato via dalle poche righe lette sotto ad un post sul profilo Instagram del vicepremier Matteo Salvini:  
     
    Altro sangue innocente versato. Basta odio, basta terrorismo, basta morti. Bisogna lavorare per la liberazione degli ostaggi rapiti dai tagliagole islamici, liberare la popolazione civile di Gaza dalle sofferenze e dall’oppressione di Hamas, impegnarsi per la PACE, come sta cercando di fare anche in queste ore il presidente Trump.”  

    Esprimere un’opinione sulle parole di Salvini penso sia sinceramente inutile se preso come esempio singolo. Il segretario della Lega è stato premiato il 22 luglio scorso con il premio Italia-Israele, potendosi fregiare così del titolo di “amico d’Israele” per i suoi meriti come strenuo difensore dell’immagine dello Stato Ebraico in Italia.  Le sue dichiarazioni non sono quindi una novità e s’inseriscono nella trafila di dichiarazioni faziose e incapaci della ben che minima coscienza critica che il Ministro/opinionista ha espresso sin dal 7 ottobre. Le parole di Salvini sono raffazzonate, prive di alcun tipo di analisi critica della situazione corrente in Palestina e di qualsivoglia cambiamento in atto nello scenario interno ad Israele. Sono comuni parole di denuncia, tra le tante viste oggi, accumunate da una sconcertante mancanza di qualsivoglia originalità. Nessuna spinta retorica, nessuna chiamata ad una presa di coscienza generale, neanche la più facile delle reinterpretazioni storiche usate come chiamata alle armi. Una noia, incapace perfino d’inorridirmi nella forma più becera del termine.  
     
    L’elemento veramente terrorizzante in questa storia, la spinta alla lucidità di cui parlavo in precedenza, è però proprio quella mia noia. Il ribrezzo, immenso per me stesso, era accompagnato dalla profonda consapevolezza che qualsiasi commento che avrei letto a proposito dell’argomento sarebbe stato privo di alcuna novità. Ho così cercato disperatamente una prova del contrario, ma i risultati sono stati scontati: “Sono inorridita – scrive Yvette Cooper, ministra, degli Esteri del Regno Unito sul suo profilo X – per l’attacco terroristico di Gerusalemme. I miei pensieri sono per le vittime e le loro famiglie in questo momento terribile”. Johann Wadephul, ministro degli Esteri tedesco, scrive: “profondamente sconvolto dal vile attacco terroristico a Gerusalemme”.  
    Così due dei maggiori rappresentanti dei governi più rilevanti (e instabili) del continente europeo esprimono sdegno davanti all’attacco terroristico avvenuto ieri a Gerusalemme.   
     
     
    La storia del terrorismo in Europa e negli Stati Uniti ce lo insegna, un atto di violenza sui civili tramuta lo sdegno verso la violenza nella più comune delle barbarie, proprio perché ci tocca direttamente. La nostra sensazione di vulnerabilità diventa un facile perno retorico su cui far leva per giustificare una conseguente azione politica di risposta. Il problema è anche però un altro in questo caso, l’incapacità delle nostre classi politiche di prendere una posizione marcata nei confronti di quello che sta accadendo a Gaza. L’attacco terroristico a Gerusalemme è un ulteriore atto di violenza avvenuto su dei civili, ma che viene riportato unicamente come scusante, come velo, sotto cui nascondere l’impassibilità delle nostre classi dirigenti. Questo presunto sgomento è in primis riservato unicamente agli Israeliani, visto che le accuse verso Israele sono arrivate con il contagocce, unicamente dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato (Trump è probabilmente il presidente più filo-Israeliano della storia recente americana), risuonando quindi come una vaga (e debole) forma di protesta politica verso un alleato che non ci piace, ma contro cui possiamo fare poco, piuttosto che come un moto umano. Così la classe politica europea cerca di mantenere una parvenza d’eticità di fronte alla situazione in Medio Oriente, continuando però a tutelare i propri interessi politici ed economici verso Israele. Incapace di raccontarsi ancora come l’ala più cosciente della società contemporanea, l’Europa non agisce, travolta da una crisi identitaria e di azione che la mette di fronte alle incoerenze da sempre negate. 
     
    Tutto ciò per la popolazione civile del nostro continente è chiaramente inaccettabile, poiché umanamente ci troviamo di fronte ad uno sterminio sostenuto dalle nostre stesse élite politiche. In secondo luogo, ci troviamo di fronte all’incapacità e all’irrilevanza, che le nostre istituzioni hanno sullo scenario internazionale.  
    Il loro distacco dall’opinione pubblica (largamente contraria al genocidio) denota una mancanza di coraggio e di credibilità, in un sistema politico che sembra incapace di mettersi in contatto con la realtà stessa di quello che sta aiutando a causare. Così la morte di sei israeliani diventa un pretesto politico, per uno sconforto umano che ci pare semplicemente non credibile. Come possiamo credere che quell’attentato sia causa di scalpore se non ne è stato mostrato alcuno verso 80.000 palestinesi? Con quale diritto l’Occidente chiede e si vuole presentare al mondo come perno morale, se davanti all’evidenza del suo lato peggiore è anche incapace di vergognarsene? Quale pretesa di correttezza possiamo avere verso gli altri paesi, verso degli autoritarismi, se anche le democrazie compiono pulizie etniche con il sostanziale benestare dei propri alleati? 
     
    Le conseguenze non saranno unicamente interne (come se ciò fosse poco), la credibilità dell’Europa anche sul piano internazionale sta venendo logorata nel tentativo di quest’ultima di salvare le sue relazioni con uno dei suoi partner commerciali e strategici più rilevanti. Un suicidio politico, che è accompagnato anche da un crollo culturale e di autorappresentazione: “Non siamo quello che ci siamo sempre raccontati di essere”. 
     

    Così mi chiedo quale sarà l’eredità del nostro continente dopo queste guerre. 
    L’Europa, schiacciata da un mondo in mano a potenze e a dinamiche di cui non è padrona, mentre l’opinione pubblica interna si sfascia perché mutilata di forme di rappresentazioni adeguate. Dall’inizio della guerra in Ucraina vogliamo sostenere l’importanza di difendere le democrazie dagli attacchi dell’autoritarismo, nel mentre però il termine di democrazia occidentale perde qualsiasi significato per coloro che vivono dentro questo sistema. Come possiamo difendere la democrazia all’estero se siamo incapaci di difenderla dentro i nostri stessi sistemi? Così come la guerra in Ucraina ci riguarda direttamente perché ci pone di fronte alla minacciosità del mondo circostante e al crollo di rilevanza dei nostri interessi politici, allo stesso modo il genocidio palestinese è una spada di Damocle a livello culturale e d’immagine. Lo svelamento del vero interesse dei nostri governi e la fine delle narrazioni che ne hanno strutturato l’immagine. Una crisi iniziata ben prima del 2023, ma che trova dall’altra parte del mare la sua manifestazione più tremenda. Così è per noi oggi difficile capire da chi ci dobbiamo difendere e chi invece è nostro alleato, cosa è giusto raccontarsi quando il mondo ci dimostra il contrario. 
     
    Vorrei concludere dicendo che inevitabilmente il nostro rapporto con la storia e l’attualità condiziona anche la percezione di noi stessi. Perciò per quanto difficile o addirittura impossibile sembri, è necessario abbracciare la lucidità che in questo vergognoso periodo ci viene presentata. Il nostro modello è debole, il nostro modo di pensarlo ormai vecchio e la nostra popolazione altrettanto. Solamente abbracciando le difficoltà e le evidenti criticità del nostro tempo potremo trovare nuovi modi di percepirci e raccontarci al di fuori di questo profondo senso di castrazione politica e, soprattutto, umana a cui siamo stati tristemente abituati. 
     
    Alla fine di questo articolo mi ritorna in mente una frase che mi fu detta circa un anno fa: “Per quanto potremo sforzarci non troveremo mai nulla di più grigio dell’animo umano”. Penso di poter dire che mai come oggi queste parole mi risuonano anacronistiche. Davanti alle contraddizioni che il mondo ci pone davanti prendere una decisione che ci sembri rilevante parrebbe impossibile. Eppure, solamente ascoltando le nostre contraddizioni interne potremo avere la capacità di agire su di noi e sulle ben più grandi e incomprensibili sfumature che la realtà ci pone di fronte. Nella speranza che l’incomprensibile non sia solamente un argine alla nostra percezione, ma uno slancio verso nuove possibilità 

    Autore: P. 
     

  • Sumud: la resistenza che salpa verso Gaza

    Nell’inerzia dei nostri governi di fronte al genocidio in corso a Gaza, salpa con decisione la Global Sumud Flotilla, una delle azioni di solidarietà più forti e significative del nostro tempo. Civili disarmati, provenienti da 44 paesi, partono per portare cibo, medicine e un messaggio chiaro: rompere l’assedio illegale imposto da Israele ed esprimere vicinanza concreta al popolo palestinese.


    Le minacce del ministro della sicurezza israeliano non si sono fatte attendere: dichiara di voler trattare come “terroristi” cittadini di decine di nazioni impegnati per l’apertura di un corridoio umanitario. In realtà, secondo la legge in acque internazionali, valgono le regole della bandiera dell’imbarcazione. Su una barca italiana, ad esempio, si applicano le leggi italiane; nessun altro paese può ostacolare la navigazione o far rispettare le proprie leggi. Un’azione israeliana contro la Flotilla violerebbe quindi il diritto internazionale, come già accaduto in passato.


    Ma perché Sumud?
    In arabo, la parola significa resistenza. È difficile da tradurre, perché racchiude sfumature profonde, frutto di un processo identitario che accompagna il popolo palestinese da oltre settant’anni. Sumud (صُمُود), dalla radice samada (صَمَدَ), vuol dire allo stesso tempo “resistere” e “prendere”: rimanere, restare a casa, difendere il diritto ad appartenere a un luogo. È una resistenza pacifica, fatta di radici, ostinazione e dignità.


    Per molti palestinesi, sumud significa soprattutto sopravvivere ogni giorno all’occupazione israeliana, trasformata in un vero e proprio carcere a cielo aperto. Il termine è strettamente legato all’ulivo, albero longevo e tenace, simbolo di identità, lavoro e nutrimento. Come un ulivo, si decide di ancorarsi, mettere i piedi ben saldi a terra, traslato su un piano concreto e quotidiano: ricostruire la propria casa dopo ogni bombardamento nel quartiere dove si è nati.

    Non sorprende che i coloni israeliani abbiano spesso scelto di abbattere questi alberi per costringere le famiglie palestinesi a lasciare le loro terre: alla cura di chi li coltiva si oppone la brutalità dello sradicamento.


    E allora questa missione, come l’ulivo, sceglie la dignità, perché nessun assedio potrà cancellare un popolo e la sua capacità di restare.


    Autrice: Rossella Castello.

  • Il paradosso dell’autenticità

    Chi di voi abiti in una città turistica – potremmo quasi dire «chi di voi abita in Italia» – avrà notato la crescita esponenziale del cosiddetto turismo esperienziale. Caterve di cooking-class, degustazioni guidate, mostre immersive, workshop di ogni genere; il tutto accomunato da due elementi: i prezzi esosi e l’aggettivo «autentico», più spesso nella sua declinazione anglosassone: «authentic». 

    Questo lascia intendere prima di tutto che per accedere all’autenticità sia necessario farne esperienza o, più in generale, fare esperienza, cosa che sarebbe corretta, se tale esperienza fosse reale. 

    Da quando questa forma di turismo ha cominciato a rappresentare una grande opportunità di mercato, come sempre succede a queste latitudini, si è cominciato a produrre esperienze in serie, livellandole al ribasso su quelle che si ritengono le richieste dei turisti che, dal canto loro, non sembrano interessati a conoscere le specificità del posto che visitano, a provare qualcosa di nuovo, al contrario sembrano pretendere di trovare tutto ciò cui sono abituati. 

    Comunque, se è vero che la domanda nasce da un bisogno e un bisogno da una mancanza, sembra evidente che oggi fare esperienza manca o, per dirla in modo più diretto, vivere manca. Fatto piuttosto naturale in un mondo in cui tutto è mediato. Il risultato, però, non è una risposta a questo bisogno, ma il proliferare di esperienze standardizzate, tutte uguali e ugualmente false, dove il bello è tale solo se instagrammabile e dove l’unica cosa «autentica» è l’inculata che si riceve. 

    Tutto ciò, oltre a essere profondamente triste – come molto di ciò che è tipico di questi tempi –, impedisce di trovare qualcosa di autenticamente autentico, con gran danno dei pochi che ancora davvero viaggiano: ultimi cercatori di qualcosa che è ormai antieconomico, quindi estinto. 

    Autore: b.