Assassinare una persona disarmata e indifesa è sempre sbagliato. Non può esserci giustificazione per un gesto simile, che rappresenta una sconfitta per chi lo compie, per chi lo subisce e per l’intera collettività.Tuttavia, fermarsi a questa sola condanna rischia di essere insufficiente. L’atto violento che oggi scuote le cronache si inserisce in un contesto sociale complesso, in cui la violenza non si manifesta soltanto con il sangue di un martire, ma anche attraverso ideologie che feriscono senza apparire.Charlie Kirk non ha mai usato la forza fisica; la sua militanza, che non a caso ha scelto come terreno fertile i campus universitari, luogo in cui le persone diventano e consolidano ciò che saranno per il resto della loro vita, possiamo davvero definirla “non violenta”? La sua retorica ha spesso legittimato la supremazia bianca, la negazione dei diritti delle donne (arrivando a sostenere che il vero scopo della loro presenza nei college fosse trovare un marito facoltoso prima di “invecchiare”), la subordinazione dei corpi femminili, la mancata legittimazione della Palestina. Tutto questo costituisce una forma di violenza meno evidente, che non si misura in un video di quattro secondi, ma che plasma il pensiero pubblico e normalizza l’oppressione, e questa non è solo ideologia e video ragebaiting su instagram: tutto questo si ripercuote nella vita quotidiana di milioni di persone, causando dolore e morte concrete quanto le pallottole che abbiamo visto ieri. I suoi dibattiti, difesi e osannati dai suoi sostenitori come simbolo delle sue buone intenzioni, raramente miravano a un confronto costruttivo, ma a produrre polarizzazione: convincere sempre di più chi gia la pensa come lui che ha ragione, prendendo ad esempio la confusione di alcuni studenti interrogati a bruciapelo su questioni scivolose, e a causare reazioni forti dall’opposizione, sempre e comunque a favore di telecamera e di views su tiktok.Un capitolo rilevante della sua retorica riguarda la difesa della diffusione delle armi da fuoco. Rimbalza ovunque da ieri la clip in cui affermava che alcune vittime “accidentali” all’anno rappresentassero un prezzo accettabile per garantire la tutela del Secondo Emendamento. Posizione che rivela in maniera esemplare la logica di un’ideologia fondata su un privilegio esistenziale: le vite sacrificate appartengono ad altri, a comunità marginalizzate, mentre chi difende questo principio si percepisce al sicuro, impermeabile alle conseguenze. È una prospettiva che minimizza le vittime concrete trasformandole in “effetti collaterali” e che mostra come la violenza non sia necessariamente un’azione. Questo non significa, sia chiaro, che la sua uccisione sia una vittoria. Al contrario: non lo è per nessuno, neppure per chi da anni combatte contro le idee che rappresentava. Anzi, proprio questo atto diventa un assist senza precedenti nelle mani dei suoi alleati: non è un caso che personalità vicine a Trump, come Laura Loomer, abbiano già invocato una repressione totale di ogni forma di organizzazione di sinistra, presentata come “minaccia nazionale”. Di questo regalo pagheremo le conseguenze per lungo tempo, temo: ed è difficile valutare se Kirk abbia fatto più danni in vita di quanti ne fará da morto.La veritá é che la violenza assume molte forme, non tutte immediatamente riconoscibili. Alcune si vedono, altre rimangono invisibili, ma ugualmente pericolose. La domanda è: come interrompere questo circolo vizioso? Voglio osare, non un martire alla volta.
Ali.


Lascia un commento