Autore: pruriti

  • Leggere tra le righe

    Ci sono dei giorni in cui la calma lotta con la noia. Non si sa bene se la quiete in casa, accompagnata da una tisana calda e una candela accesa, basteranno a riconciliarsi con il mondo. Questo silenzio, dettato da valanghe di studio incompleto e un avvicinarsi incombente di esami, ti rende apatica e alla ricerca continua di stimoli nuovi che non siano teorie astratte che tra un mese scorderai. Ti alzi, vai in cucina, apri il frigo. Chiudi il frigo. Ti siedi sulla scrivania, apri il libro. Lo osservi come osservavi da piccola l’ape che si posava sul fiore. Uno po’ curiosa, un po’ schifata, un po’ con gli occhi socchiusi dai raggi del sole. Richiudi il libro. Ti alzi. Apri l’armadio. Chiudi l’armadio. Torni in cucina e bevi dell’acqua; ti sale una fame insaziabile. Ti rendi conto che la tua voglia di cibo viene dal vuoto intorno che ha prosciugato tutto. E mentre il tuo stomaco si autodigerisce attraverso movimenti peristaltici rumorosi, decidi che è giunta l’ora di iniziare a leggere un nuovo libro. Il brrr brr dalla pancia accompagnato da un vago senso di colpa e ti chiedi: perché ogni volta che devo studiare mi viene voglia di imparare nuovi hobby, di leggere nuovi libri, di cucinare nuove ricette, di fare qualunque cosa fuorché quello che dovrei davvero fare? Una insoddisfazione mista ad una irrequietezza stanca. Per la stessa stupida sensazione avevo preso qualche anno prima la malsana idea di imparare il flauto dolce durante una sessione d’esame in cui avrei dovuto dare lingua latina. Il flauto dolce. Uno strumento non degno neanche dei giorni più vuoti e inutili in campagna, quando devi davvero cercare di ricordarti di essere in vita, tra la lentezza delle cose che pesano su di te. Invece no, nel periodo più stressante dell’anno, in cui non avresti neanche il tempo di farti la doccia e gestire i bisogni primari, ecco il flauto, o come adesso, eccomi davanti la libreria e scivolare con gli occhi tra i mille titoli e le mille copertine in cerca di qualcosa di colorato che ti salvi da questo torpore pomeridiano; che ti salvi dalle incombenze terrene. Opti per un libro di tuo padre; un bel titolo accompagnato da una copertina minimalista. Caratteri medio grandi; una grafica semplice da emozioni semplici. Ti siedi nella poltroncina comoda in veranda, quella che ti pizzica la schiena con i pallini di cotone infeltriti. La vetrata che da sul giardino. I vasi mangiati dalla pioggia e le piantine dai fiori vivaci, adesso secchi e infreddoliti. Un po’ ti culla questa soporifera giornata che non inizia mai. Con un sorrisetto malizioso di chi sa che procrastina i doveri, emozionata da una storia che parla di montagne e neve, amicizie e venti freddi, nostalgie e viaggi in Tibet, inizi a leggere. Le prime dieci pagine scorrono veloci. I nomi dei protagonisti ti piacciono e ti chiedi se siano davvero i nomi ad essere belli o siano le persone con quei nomi, nella vita reale, che hanno reso il suono di quelle lettere più lievi, piacevoli. Ci autoinganniamo facilmente correlando suoni e oggetti; il bello delle cose che già conosciamo. Come quando vai a fare shopping e ti fiondi su una maglietta e dopo averla scrutata un po’ pensando di comprarla, ti rendi conto che ti piace solo perché ne hai già una molto simile. Ecco che dopo i primi minuti di lettura, ne scorgi una. Ti fermi. La rileggi e la guardi come un tesoro. Una riga. Una riga a penna. Un regalo di chi ha già letto il libro prima di me. Leggere libri di qualcun altro ha un sapore aspro e dolce. Una pratica che non voglio si perda mai: sottolineare i libri. Viverli come oggetti che si usurano con il tempo. Scarabocchiare nella carta pulita e che profuma di un’antico piacere. Niente di più intimo di vedere come un’altra persona abbia vissuto l’esperienza che stai vivendo tu adesso. Come una guardona, nel calco d’inchiostro, ho visto mio padre leggere quelle frasi, adesso tracciate da segni sicuri e arroganti. Ho visto il modo in cui impugnava la penna e l’iniziale esitazione del suo tocco. Ho notato in me un po’ di emozione, un po’ di colpa, nell’ entrare dentro un momento cosí autentico. Era solo suo, un momento di amore con se stesso. Leggere le frasi che piú l’hanno colpito, degne del suo evidenziarle, mi ha reso complice di un delitto: non rispettando la sua intimità, intrufolandomi tra quelle lettere firmate, ho letto due libri. Quello cartaceo che tenevo in mano. Quello che costruivo nella mia testa: l’insieme delle lettere rimarcate. La storia di un uomo immerso dentro delle emozioni personali che ad un tratto diventano pubbliche. Una nudità socialmente accettata quella di guardare nei libri d’altri. Leggendo tra le righe di mio padre, ho sentito me stessa sdoppiarmi. Tre storie intrecciate sdraiate in una sola poltrona.

    Autore: Paola.

  • Questo non è un problema della me di adesso

    Erano le ore 13 : 55 del 5 Settembre 2023. L’atterraggio è stato perfetto. Nessun rumore sospetto, se non quello usuale dell’ applauso degli altri passeggeri non appena le ruote posteriori hanno sfiorato l’asfalto.

    Seduta al posto 18B – generato casualmente perché il posto scelto ha un costo elevato che a mio parere è inutile pagare – mi sono trovata tra centinaia di persone. Persone a me sconosciute, fino al momento prima accomunate solo dal fatto di essere state tutte in balia di questa astronave fluttuante che ora chiamiamo aereo. Sospesi nell’aria come nuvole, tutti stavamo aspettando questo momento per scappare, rincorrere o semplicemente ritrovarsi con qualcuno o qualcosa.  

    Un po’ spaesata, ma soprattutto emozionata, cerco di contenermi, aspetto immobile e osservo le persone fare quasi a botte per scendere l’una prima dell’altra.   

    Passato questo momento di Wrestling, ormai così comune data la fretta che abbiamo nel fare le cose, ho potuto finalmente poggiare i piedi sul terreno portoghese.

    Ancora incredula e poco razionale, ho iniziato a seguire la massa di persone verso il ritiro bagagli e tra un “Boa Tarde”e un “Bem-vindo” cercavo di capire dove mi trovassi.

    Una volta recuperata la valigia – fortunatamente non andata persa , come invece era successo alla coppia affianco a me – mi siedo per prendere fiato e riposare le braccia – dato lo sforzo fisico fatto nel trascinare le valigie, che, aimè, non facevo da un pò – sulle scalinate di fronte all’uscita dell’Aeroporto de Lisboa.

    Con un sorriso a 32 denti e gli occhi lucidi, capii che quello era il momento di andare a casa nuova. 

    Ma, aspetta , quale avrebbe dovuto essere casa nuova ?

    Immediatamente realizzai che non avevo un posto dove andare – o perlomeno non avevo più ricevuto nessun tipo di notizia dall’agenzia – e di colpo mi sopraggiunse un po’ di panico.

    Reduce da un anno di continui attacchi di panico e pianti che sembravano perdurare all’infinito, quel terrore si manifestò come un fulmine a ciel sereno: inaspettato ma cruento. Fortunatamente dall’anno passato qualcosa avevo imparato – sia nel bene che nel male – e sbagliando, da autodidatta avevo (o credevo di aver) scoperto qualche metodo di gestione dell’ansia e di questi momenti.

    Inspirando ed espirando alla fine mi tranquillizzai , ma quasi compulsivamente continuai a chiamare l’agenzia al telefono, aspettando una sorta di segnale divino. 

    Il segnale, dopo circa 10 chiamate a vuoto e 2 ore di attesa arrivò, quasi come quel fulmine, ma invertito di segno: la casa c’era e l’indirizzo pure. Era quindi il momento di scoprire se effettivamente quel luogo ameno esistesse nel concreto, o se fosse tutto uno scherzo, perché pensandoci non avevo alcuna sicurezza scritta -se non quella dei miei pagamenti, oramai irreversibili, e, possiamo dire, l’onore della loro parola.

    L’unico modo per averne conferma fu quello di andare nel luogo indicato, inserire il pin nel locker all’ingresso del portone, salire le scale e trovarsi di fronte uno di quei portoni in legno, uno di quelli vecchiotti, ma duraturi. Naturalmente il check in era da svolgersi in solitaria , non avrei avuto il piacere di essere accolta dal proprietario – cosa che in quel momento non mi tranquillizzava affatto. 

    Iniziai a pensare a come stupidamente fossi fuggita da tutte le mie seccature, convinta di non doverci più avere nulla a che fare , per poi incontrarne di nuove e immediate. 

    Ma come, i problemi non rimangono incatenati nel luogo da cui scappi?

    S

  • Carlo

    Stavamo seduti ai tavolini di un chioschetto nel parco davanti all’ufficio: prezzi economici, cibo accettabile, un po’ di verde e un caffè quasi italiano. Presi la mia solita tosta mista, com manteiga naturalmente, lui aveva la sua insalatona del Continente, con feta. Ne mangiò circa quattro bocconi poi si immerse nel suo cellulare. Non sapevo bene che idea farmi di quell’individuo. Credo fosse stato assunto da non più di due settimane, sicuramente io non lo avevo mai percepito prima che ci assegnassero allo stesso progetto, perciò eravamo a pranzo insieme.

                Scorreva col pollice sullo schermo del telefono e ridacchiava a voce alta come a dire: «Forza, chiedimi che sto guardando». Cercavo di concentrarmi sul mio toast per non cedere a quell’odiosa richiesta di attenzione.

    «Che guardi?» chiesi.

    «La mia compagna mi manda le foto dolci del nostro piccino» disse quasi in baby talk e facendo gli occhioni.

    «Ma bellino, quanti anni ha?»

    «Tre, è piccolino lui» e continuava a fare smorfie allo schermo.

    «Eh, si. Il mio ne ha sette, ma ci sono passato. E come si chiama?»

    «Carlo, e il tuo?» chiese perdendo interesse.

    «Pedro» risposi «mia moglie è portoghese».

    Rise di questa mia giustificazione per chiudere il discorso, poi si avvicinò a me come avesse dovuto confidarmi un segreto, e invece domandò: «Ma tu come ti organizzi per uscire con gli amici, avete qualcuno a cui lasciarlo o lo portate?». Non so se fossi pronto ad una simile domanda, ma dissi: «Ma, ci sono i nonni, però cerchiamo il più possibile di portarlo. Magari andiamo in un chioschetto come questo qua, col parco, che qualche amico lo trova sempre».

    «Si, di solito facciamo così anche noi. Ma ad esempio la scorsa settimana eravamo su al Jardim da Estrela e sono dovuto andar via perché non c’era nessuno con cui farlo giocare». Questo mi lasciò un po’ di stucco, dissi: «Mi è capitato, ma cerco di non essere tanto drastico. Lo teniamo li con noi, altrimenti gioca un po’ da solo, adora l’altalena ad esempio». «L’altalena!» ripeté ridendo di pancia, «No, no, niente altalena per il mio» rise di nuovo, «No, no, il mio ha bisogno di compagnia, già passa tanto tempo in casa, sennò mi si deprime», poi aggiunse: «Mentre i vaccini?». «In che senso?» chiesi preoccupato per la strada che stavamo per imboccare. «Glie li hai fatti tutti o solo quelli obbligatori? Io tutti, anche l’antinfluenzale. Non si sa mai cosa tocchino, cosa mettano in bocca. Possono anche morirci sai!». Quest’ultima frase la pronunciò con entrambe le mani appoggiate sul tavolo, come volesse alzarsi, tutto incurvato verso di me, completamente trascinato. «Due volte a settimana gli do una crema defaticante per le gambe, altrimenti il tanto correre alla lunga glie le consuma», continuava in quello stato quasi di trance «mentre non sono un fun dei cibi per l’equilibrio intestinale, vai a sapere cosa ci mettono. Poi ecco, se si sente male lo capisce da solo e mangia magari un po’ d’erba».

    Dal suo inizio quello sproloquio mi lasciava un po’ perplesso, ma dopo quest’ultima osservazione avevo perso completamente le coordinate del discorso. Ma non aveva ancora finito e chiese: «Non te l’ho ancora chiesto, ma il tuo di che razza è?»

    Autore: B.

  • Marionette – I

    Apro gli occhi. Mi alzo e il mondo, da cosmo rotondo e affascinante, dal movimento vorticoso e avvolgente, quale è quando sono sdraiato e, cogitabondo, medito i miei pensieri adagiato sulla soglia liminale del salto fra la veglia e il so(g/n)no, ritorna ad essere incarcerato nella solita, marcescente inquadratura orizzontale, piatta, immobile, impregnata di tutto il peso della gravità newtoniana. Oggi non mi accompagna neanche lo slancio verticale dell’occhio: quello tanto evidente quando si è in contemplazione di fronte a una cattedrale gotica, ma che c’è in realtà ogni volta che ci si trova in un posto nuovo e significativo, o che si ritorna a guardare con stupore qualcosa di già ben noto, e che fa librare verso altezze proibite.

    La luce metallica della mattina, imbevuta di tutto il grigiore delle nuvole che mi separano dal sole, mi colpisce e mi stordisce. Rifaccio il letto, con la stessa cura di un bravo soldatino in attesa di ricevere dal suo capo una gratificazione che non arriverà mai. Ingurgito in meno di cinque secondi il solito latte, nella solita tazza, scaldato alla solita temperatura. Oggi, come spesso accade, nel microonde gli ha fatto compagnia una tazzina del caffè di ieri, perché non si butta via niente, non ce lo possiamo permettere. E poi qualche miseranda creatura schiavizzata in Africa o in Brasile avrà subito le pene dell’inferno per raccogliere quei chicchi che io ritrovo macinati, in una bustina multicolore, disposta in bella vista nello scaffale del supermercato a quattrocento metri da casa: di tutto ho bisogno in una giornata così, meno che della responsabilità morale di aver sprecato qualcosa che è costato caro a un poveraccio, magari più piccolo di me o più anziano dei miei genitori. Via dentro anche il caffè della vigilia, allora. Per lo meno qualche giorno fa ho avuto il guizzo di sostituire nella lista della spesa i cereali estivi con i più invernali biscotti al cioccolato, ora che siamo a dicembre. Ma il sapore di fabbrica rimane, così come rimane ineluttabilmente costante il loro numero: cinque, non uno di più e non uno di meno. La consapevolezza intuitiva di quando e quanto avessi fame è andata persa nell’esatto momento in cui sono diventato il responsabile delle entità che abitavano il mio frigorifero e la mia dispensa, istante da cui non si torna più indietro.

    Mi impiastriccio la bocca con un dentifricio il cui odore sevizia le mie narici, ed arriva così il secondo diretto in pieno volto, dopo quello della alzata delle serrande. Il mio viso è trasfigurato. Non ho tempo per pensarci: in fondo chi sono io e che presunzione dovrei avere per rivendicare un diritto alla spontaneità in un mondo che procede così speditamente e implacabilmente in marcia verso il progresso, che nel realizzare ciò mi include tra i figli prediletti delle sue regioni più raffinate e sofisticate come farebbe la più benevola delle madri e che, in cambio, mi chiede appena obbedienza e tempestività? Il primo corso della giornata inizia fra quaranta minuti e non mi è concessa possibilità alcuna di perdermi in pensieri su mondi alternativi possibili, in cui l’igiene dentale non implichi violenze ai danni del proprio apparato sensoriale e sangue sputato dalle gengive. Lavo il mio corpo con movimenti macchinici, che le mie braccia ripetono a memoria e che sono a tratti indistinguibili da quelli con cui, poco dopo, lavo la tazza e la tazzina da cui ho tracannato i liquidi che dovranno sostentarmi fino al pranzo. Infilo celermente qualcosa di adatto alle basse temperature e all’aria umida, appropriatesi ormai di tutto ciò che è rimasto aldilà della mia finestra, e mantengo la concentrazione rivolta ad evitare accostamenti di colori di cattivo gusto: la Francia mi avrà pur insegnato qualcosa.

    Zaino in spalla e scarpe ai piedi, è l’ora. Varco l’uscio di casa, non prima di aver rivolto, con la medesima voce degli annunci alla stazione dei treni, l’augurio di buona giornata alle mie coinquiline, le quali ricambiano con il tono dell’assistente vocale di Huawei. Tutto è esattamente così come dev’essere; ogni singola cosa è al suo posto; io sono precisamente dove e come si suppone che sia. Cosa mai potrà andare storto?


    Autore: 60

  • Tango e Capoeira

    Prima o poi succede a tutti.

    Si, dico, prima o poi succede davvero a tutti che ti svegli abbastanza bene. Perfettamente in orario, bevi il tuo caffè, fai la doccia, ti vesti e l’outfit che scegli armonizza perfettamente con il tuo umore. Quella cosa che ti preoccupava fino al giorno prima, che ti appesantiva un po’ lo sterno, in qualche modo si è sbrogliata da sola. Non ci sono grossi problemi a cui pensare, oggi. Oggi, è una bella giornata. Allora incalzi le scarpe, prendi l’ombrello ma poi decidi di riappenderlo sull’anta dell’armadio, oggi non pioverà, ne sei certo. Tiri la maniglia della porta dietro di te e oplà, si comincia. L’aria è pulita e la strada è libera. Oggi i 15 minuti che ti separano dall’università sono piacevoli e ti godi ogni metro. Sincronizzi i passi con la canzone sparata nelle cuffiette, per non sporcare il video musicale di cui sei protagonista. Fermo al semaforo rosso, meno di tre secondi e diventa verde. Attraversi e, ecco. Lo sapevo. Lo sapevo e lo so sempre. Una giornata così bella non esiste. E se esiste, l’universo se ne accorge e fa accadere queste cose per riequilibrare la spensieratezza e il giramento di zebedei. Mentre cammini come un qualsiasi cristiano, un altro cristiano ti viene incontro. Sta venendo dritto verso di te, ma sicuramente eviterete di scontrarvi, no? Nessuno di voi due sta guardando il cellulare o gli uccellini, siete entrambi abbastanza sul pezzo. Eppure, succede a tutti, un passo dopo l’altro vi ritrovate uno di fronte all’altro. Magari negli ultimi due passi avete pure provato ad aggiustare la traiettoria, ma qualsiasi cosa pensi uno di voi due, l’altro farà lo stesso esatto pensiero specularmente. E così, quando ormai siete così vicini che sareste in grado di contarvi le ciglia, inizia quell’istante. Quell’istante in cui, per un paio di secondi che, potrei giurarlo su ciò che ho di più caro al mondo, il tempo si dilata, tu e questo passante improvvisate ciò che definirei un incontro tra Tango e Capoeira. Non vi sfiorate, se tutto va bene, ma è impossibile descrivere l’intimità che si forma tra i vostri due corpi che vanno entrambi a sinistra, poi entrambi a destra, poi di nuovo sinistra, e nel mentre i vostri sguardi rincorrono qualsiasi cosa non siano gli occhi dell’altro. E così danzate per ore, ma che dico? Settimane! Danzate per settimane dando spettacolo sulle strisce pedonali come due imbecilli. E poi, così come vi siete incastrati, riuscite a liberarvi da questa romantica e terrificante morsa danzante, e proseguite, ognuno per il suo cammino, fingendo che l’esperienza appena vissuta non vi abbia scalfito nemmeno un po’. Ma io so, noi sappiamo, tutti sanno che nessuno di voi sarà più lo stesso.

    Autrice: A

  • O movimento estudantil – Attivismo divertito

    In data 16 novembre stavo seduto nell’esplanada dell’FCSH quando una ragazza del Movimento Estudantil pela fim ao fossil quasi mi faceva strozzare col pranzo, urlando a me e agli altri ragazzi che erano lì, che stavano schedando alcuni suoi compagni e che tutti noi dovevamo intervenire per fermare quella barbarie, pena l’essere complici, o peggio, mandanti morali di quella che gli attivisti additavano con cori e tamburi come una rappresaglia fascista.

                Un po’ di contesto. Nella giornata medesima l’ala giovanile di Chega – che per semplicità descriverò come la Lega Salvini portoghese – era giunta in mattinata al campus di Avenida da Berna per fare volantinaggio, con argomentazioni assolutamente discutibili, contro quella che definivano un’occupazione inutile e dannosa, portata avanti con tende, tamburi e bombolette spray dagli studenti per il clima. Come c’era da aspettarsi (e come certamente i giovani destrorsi si aspettavano) l’accoglienza non è stata delle più calorose. Neanche dieci minuti più tardi tutti quei volantini, i loro brandelli per l’esattezza, riempivano i cestini del campus e nell’aria si sentiva l’odore classico di carta bruciata. Alcuni dei giovani di Chega sono stati immediatamente accompagnati al cancello dalle spinte gentile degli attivisti, altri, più tenaci, sono rimasti un paio d’ore fermi, spalle a una siepe, a prendersi insulti dalla folla che gli si era chiusa introno.

                Bene, prima osservazione: credo sommessamente che quando si parla di politica, figuriamoci quando si pretende di farla, i gesti e i simboli abbiano un’importanza. Non è mia intenzione fare paragoni impropri, ma quali sono le uniche forze politiche a poter vantare d’aver bruciato gli scritti dell’opposizione? La risposta la lascio a voi.

                Seconda osservazione: per delle persone che sostengono di battersi per la libertà in tutte le sue forme questa è stata quanto meno un’occasione persa per mettersi a sedere col “nemico”, per confrontarsi. Mi domando poi da dove venga questa paura, questa reticenza al dialogo, vista la sicurezza granitica con cui quegli studenti portano avanti le loro tesi.

                Questo atteggiamento ha poi provocato altre evitabilissime conseguenze. Non ci voleva molto a capire che i ragazzi della destra si trovavano lì esattamente per essere aggrediti, non è certo un caso se ad accompagnarli c’era una deputata del partito medesimo, che, sorpresa sorpresa, appena uscita dall’università ha rilasciato un’intervista all’Observador lamentando la “terribile aggressione”. Insomma, come spesso accade, cause giuste finiscono in vacca perché perorate nel modo più sbagliato possibile. Questo non è un unicum del movimento studentesco portoghese, anzi, è un fenomeno che sembra affliggere buona parte della sinistra militante europea, o almeno le sue frange giovanili ed ecologiste, che sfilano per le strade del mondo nei loro baschi alla Black Panthers, anfibi e canottiere col segno dell’Om, portando avanti, a tempo di tamburi e tamburelli, un attivismo divertito e danzereccio, ma poco solido, poco organizzato, come dicono da queste parti: muito, muito fraco.

                In chiusura, vorrei dire a quella ragazza che urlava a inizio di questo pezzo che per quanto io sia d’accordo con l’urgenza di un intervento politico sulla questione climatica, quella non è la mia battaglia, non è il mio modo di condurla e non voglio esservi associato. Quella carnevalesca occupazione autorizzata dall’università – che è di per sé una contraddizione in termini – non mi appartiene. Credo ancora, forse stupidamente, nelle istituzioni democratiche e pertanto odio quella retorica per cui o sei con me o sei contro di me. E credo anche nell’università, forse ancor più stupidamente, e vederla imbrattata da chi dovrebbe farla propria mi sembra davvero un brutto segnale. Non state combattendo per me. Non state combattendo per me.

  • Il mondo della meritocrazia

    “Se ti impegni puoi fare tutto quello che vuoi!”, è la frase che ci sentiamo ripetere continuamente da mattina a sera da quando siamo piccoli, e da qui derivano tutte le consecutive logiche per cui se non ce l’hai fatta, se non ti sei realizzato, se non sei diventato “qualcuno”, è perché non c’è stato abbastanza sforzo, abbastanza fatica, abbastanza forza di volontà. In un mondo sempre in corsa, alla costante ricerca dei propri successi professionali, universitari, scolastici, e chi più ne ha più ne metta, non c’è tempo per le domande, per fermarsi e chiedersi se si sta compiendo la scelta giusta, se quel discorso fosse adeguato, – come sto? – o meglio: – come stai? – Che importa di queste domande, se hai da correre in vista di un obiettivo, prima che arrivi un altro, con più attestati, con più “competenze” di te. Questo tipo di logica ha pervaso la maggior parte dei nostri spazi d’esistenza, e ha strutturato le scelte che ogni giorno decidiamo di compiere, il modo in cui decidiamo di vivere, ciò a cui decidiamo di prestare attenzione, i rapporti che abbiamo, le nostre conversazioni. Tanto che il senso di frustrazione che è la diretta conseguenza del discorso meritocratico non ne è altro che l’esito. Il merito, il cuore del problema. Ma quand’è che siamo meritevoli di qualcosa, quali sono i criteri? Torniamo quindi alle competenze, quelle competenze specifiche che fanno la differenza nel tuo curriculum, quelle per cui prenderebbero per un eventuale lavoro te e non un altro, il tratto distintivo, quell’unicum che dovrebbe distinguerci tra una massa informe. E allora bisogna fare un ulteriore passo indietro e chiedersi da dove derivino le competenze. Il primo problema con cui ci scontriamo quotidianamente è di ordine fattivo: vediamo una continua discrepanza tra un’effettiva conoscenza: la capacità di muoversi agilmente in un determinato ambito, che è l’elemento distintivo di una competenza, e quello della legittimazione da parte di una determinata autorità a svolgere determinate funzioni, che pure è un tratto distintivo della competenza, ma che molto spesso tende a essere l’involucro, la funzione, l’attestato svuotato di quella capacità, di quella conoscenza che è la natura stessa della competenza, saper fare quella cosa specifica e saperla fare bene, muoversi con faciltà all’interno di essa. E se dunque il primo problema potremmo dire parrebbe essere di ordine puramente fattuale, il secondo ha a che fare con la possibilità della competenza o meglio rispetto alla sua fonte, alla sua origine. Per avere un certo livello formativo, per acquisire un certo tipo di preparazione e dunque di competenze adeguate, la questione dirimente è precisamente l’accesso al sapere. Tutto ha un costo e soprattutto anche la conoscenza, anche quella, prodotto tra i prodotti. Come in un grande supermercato ci muoviamo tra gli scaffali sapendo che il vino più raffinato, ad esempio, non potrà mai essere un Tavernello, costato appunto pochi euro. E allora si apre il mondo delle università private, di quelle pubbliche prestigiose, ma magari lontane da casa, in giro per l’Europa o per il mondo, del corso di lingua con tanto di attestato, dei viaggi formativi, delle esperienze di ogni tipo, fino ad arrivare all’arte, dove uno strumento costa centinaia d’euro. Il punto è che in un mondo così, non c’è spazio per il piccolo mercatino, per chi ha studiato con i mezzi che aveva non uscendo mai dal suo quartiere, per chi ha imparato a suonare senza avere basi, per chi balla senza essere mai andato a scuola di danza, per il piccolo artigiano. Quindi no, non è una questione di merito, o meglio non solo, ma di opportunità, perché per coltivare le proprie attitudini e sviluppare le proprie potenzialità servono appunto opportunità. MERITO significa essere meritevoli di un riconoscimento che viene determinato in base a criteri di EQUITÀ, tutto questo è già nella definizione del termine, eppure di equità io non ne ho mai vista nemmeno un po’.

    Autore: Ross.

  • 23 Croce a Varliano

    Era tardi. Non sapeva esattamente a che ore sarebbe passato l’autobus, ma era sicuro del fatto che avrebbe dovuto correre – come tutte le altre mattine – per arrivare in tempo alla fermata. Indossati i jeans, infilata la maglietta, la felpa, la giacca e calzati gli scarponi uscì di casa.
    Mentre tastava tutte le possibili tasche tra pantaloni e giacca, si tirò dietro la porta, così da poter dire: “ormai, anche se non ce l’ho, è andata”. Allora, attraversò tutto il pianerottolo e giunto sul ciglio invalicabile del primo gradino, esattamante sull’orlo di una discesa che – lo sapeva bene – sarebbe stata inarrestabile, si piantò.
    “Cazzo. Il portafogli.”
    Analizziamo: non aveva nessuna spesa programmata per quel giorno, né necessità certa di mostrare documenti a qualcuno, in qualche ufficio. Ma una cosa importante c’era, dentro quel portafogli. L’abbonamento.
    Cercò e trovò le chiavi, aprì, entrò, lo prese, riuscì, richiuse.
    Così, scese le scale due gradini alla volta, aprì il portone e si ritrovò nel Viale. Andando verso la fermata, vide, fermo al semaforo sul ponte, il 23. Doveva correre. Sapeva che poteva farcela. Lui, a piedi – a corsa -, doveva percorrere “l’ipotenusa via Ponte all’Asse”, per altro in discesa; l’autobus, invece, doveva ruzzolare per “i due cateti” via Targioni Tozzetti e parte di via Maragliano, probabilmente incontrando qualche precedenza da concedere.
    Andò tutto secondo i piani. Girò l’angolo e vide per intero il mezzo, alla fermata, con la gente intenta a salirci. Fece un ultimo scatto, un cenno con la mano e giunse davanti la porta, la quale, indifferente all’incredulo, si chiuse.
    Non è possibile, pensò. L’autobus ripartì, girò per un quarto la Fiorenza e giù per via Cristofori, davanti al Faraone.
    Lo guardò andarsene, ancora alla fermata, ripensando al volto dell’autista che lo aveva ignorato. Ebbene sì, ignorato, ne era certo, aveva visto la coda dell’occhio guardarlo, per poi dissolversi nel rumore del motore.Tornò a casa, in silenzio, con calma; non aveva senso aspettare il prossimo.
    Il dì seguente suonò la sveglia, venti minuti prima del solito. Ancora non si era sbollito del tutto, rimuginava. Mentre l’uovo cuoceva, metteva su il caffè, senza pensarci, in automatico, in silenzio. Forse, pensava, il giorno prima, dopo l’episodio del bus, non aveva detto nemmeno una parola. Anche se viveva solo, nella sua tana qualche discorso lo faceva. Più o meno sensati che fossero lo aiutavano a non impazzire, si diceva.
    Comunque, continuò il silenzio e si vestì e uscì di casa con una calma ansiògena, come se stesse preparando sé stesso ad affrontare qualcosa, solennemente.
    Quando arrivò l’autobus, il 23, era già alla fermata e da 10 minuti pensava in silenzio.
    Salì rispettando la fila e cercando di capire chi fosse l’autista: era lui. I rispettivi sguardi si incrociarono, ma questi lo distolse per primo rapidamente, ignorandolo.
    Ce n’erano di posti per sedersi, nonostante ciò decise di restare in piedi, ritto in fronte al parabrezza, tra posto di guida e porta, in silenzio. L’autobus ripartì, fece un quarto di Fiorenza e andò giù per via Cristofori, girò l’angolo e poco dopo aver imboccato via Benedetto Marcello rallentò fino alla fermata richiesta dai passeggeri.
    Automaticamente, il conducente guardò nello specchietto retrovisore e premé il pulsante per aprire la porta posteriore. Sceso chi doveva scendere, chiuse e ripartirono.
    “Allora,” – disse ironicamente – “sei tu che apri e chiudi le porte”. L’autista non rispose, sapeva a cosa si riferiva. “Lo sai?”- continuò – “hai un potere grande su quel dito. Sì, perché vedi: puoi decidere, anche se non te ne importa niente, se far salire qualcuno o no. Beh, la gente che sale nulla di strano, la porti fin dove voglion loro, escono, arrivederci e grazie. Ma chi non sale? Chi non sale, non smette di esistere dopo che tu giri l’angolo. No, no, sai? Possono mandare a puttane un’intera giornata, solo perché hai pigiato un pulsante un istante in anticipo”.
    L’accusato l’aveva visto l’elefante nella stanza, ma non pensava sarebbe arrivato a tanto. “Ascolta,” – rispose incerto – “sto lavorando, lavoro tutti i giorni e mi vuoi venire a dare la colpa a me. C’è tanto di male nel mondo, io faccio solo il mio”.
    “Esatto.” – ribatté – “Fai nient’altro che il tuo, e ti giri dall’altra parte se hai la possibilità di ridurre un po’ di quel《tanto di male nel mondo》”.
    Alcuni dei presenti cominciarono ad ascoltare, ma la maggioranza era indifferente.
    “Non costa nulla” – riprese – “dire un《grazie》o un《per favore》, salutare, cedere il passo su di un marciapiede stretto, sorridere a chi si incrocia… nemmeno premere un pulsante.”
    Il borbottio accompagnato da una microespressione quasi impercettibile del conducente fece passare un sentimento non di rammarico, ma forse di ripensamento. Fatto fu che non rispose.
    Non poté sopportare altra insofferenza. Alzò la voce e continuò a dirgli che invece di lamentarci di come va il mondo, si poteva essere parte del cambiamento, anche nel nostro piccolo, che il vero male in questo mondo è l’indifferenza.
    “Ed è colpa di ognuno di voi se -” una mano, secca e fredda, lo interruppe toccandogli la spalla. Si girò e vide che la mano era attaccata a un braccio e il braccio al corpo di un uomo altrettanto secco e freddo, basso, con pochi capelli, una mascherina accartocciata sulla bocca, ma non sul naso, e con degli occhiali storti. “Biglietto o abbonamento, prego” – disse.
    Si tastò la tasca, e pietrificò. “Cazzo. Il portafogli”.

    Autore: Fil.

  • Gli avanzi

    Prima o poi succede a tutti. Un giorno decido di cucinarmi il pranzo, magari con degli avanzi sparsi tra frigo e stipetto, senza nessuna pretesa diversa dal riempirmi la pancia nella maniera più rapida ed economica possibile. Allora mi metto a scubettare la cipolla e la carota, oppure a grattugiare il pecorino (o il parmigiano, se sono in portogallo), a spremere il limone, o ancora comincio a pelare le patate o a tagliare il petto di pollo a filetti. E, come ho detto, prima o poi succede a tutti. Che in quel pranzo così sprecato, casuale e irrilevante, in un qualunque giovedì di novembre, tutto sembra allinearsi ed incastrarsi alla perfezione.

    Non so se sono i tuorli delle uova che hanno un arancione intenso mai visto prima, o l’arancia che a tagliarla in due ha profumato tutta la casa, oppure il mix di spezie per la zuppa che mi è uscito perfetto, o ancora il guanciale (o la pancetta affumicata, se sono in portogallo) che in padella ha fatto la crosticina perfetta, sta di fatto che quel piatto non mi è mai, mai uscito così bene. E allora sto lì, quasi infastidita, a mangiare in mutande, da sola e in silenzio sulla tavola sparecchiata della cucina. A ogni boccone mi chiedo cosa sia andato dritto stavolta, e perché non fossi mai riuscita a raggiungere questo livello di squisitezza. E poi, perché? Perché proprio oggi?

    Ripenso attentamente alla provenienza e allo stato degli ingredienti nel momento in cui li hai usati. Allora mi segno tutto, la marca e la taglia delle uova, il livello di maturazione delle zucchine, così la prossima volta troverò i tuorli della stessa tinta, la mela della stessa dolcezza, la medesima morbidezza delle cosce di pollo. Annoto sul telefono I minuti esatti che ho impiegato per dare quella brasatura perfetta alle patate. Se ho trovato la ricetta perfetta devo assolutamente cucinarla ai miei amici. Allora faccio passare qualche giorno, e nella mia testa ripasso il procedimento mille volte. Tempo di cottura, padelle che ho usato, quantità di sale, olio, acqua, tutto. Pianifico esattamente il giro che dovrò fare per comprare ogni ingrediente nel supermercato giusto, della marca corretta.

    Rovescio la borsa della spesa sul bancone della cucina. Ogni ingrediente è così come me lo ricordavo. Allora li sistemo tutti, mi tiro su le maniche, prendo il tagliere, il coltello, il piatto fondo, il passino, e comincio. E cominciando, me ne accorgo. Me ne accorgo quando apro il primo uovo, quando taglio la prima arancia, quando verso l’acqua per il brodo. Non è lo stesso. Il colore del tuorlo, il profumo del sedano, il rapporto tra il curry e la paprika. Non è cambiato nulla dall’ultima volta, eppure è cambiato tutto. E io sto li, in piedi davanti al lavandino, e non so se scrollarmi di dosso queste assurdità o se scoppiare a piangere. Con chi posso mai prendermela per una cosa del genere? Non è certo colpa del signor contadino se il tuorlo è un paio di tonalità più pallido rispetto a quelli della settimana scorsa, non è colpa del macellaio se le cosce di pollo non sono altrettanto morbide, e non posso certo scomodare l’universo per questa sciocchezza. Il campanello suona e i primi ospiti arrivano. Tutti annusano l’aria della cucina, “che profumino” dicono. Io continuo a tagliare, schiacciare, grattugiare e mescolare, e vorrei tanto tornare a quel pranzo di quell’insignificante giovedì. Servo il piatto ai miei amici, e loro lo mangiano di gusto. Mi fanno tutti i complimenti: “è la cosa più buona che ho mai mangiato” “ma come lo fai?” “Devi passarmi la ricetta, ti prego”. Non possono capire. Io sorrido e inforco ogni insipido boccone, maledicendone ogni singolo ingrediente.

    Ed è così che solo io e gli ingredienti avanzati quel mattino custodiamo quel segreto, consumato immediatamente. I miei ospiti si leccano i baffi, svuotano i bicchieri e se ne vanno, lasciandomi sola col mio segreto e gli avanzi. Li ripongo in frigo, domani li userò per il pranzo.

    Autrice: A.

  • Aeroporto

    Dalla finestra aperta arrivava il rumore di un aereo tanto vicino che a guardarlo sembrava dovesse scontrarsi con i palazzi la sotto. Chissà quante persone c’erano dentro, chissà dov’erano dirette. Chissà quante ore prima erano arrivate in aeroporto, alcune compagnie consigliano di arrivare fino a quattro ore prima per evitare il traffico ai controlli. Quattro ore sono troppe, poi l’aria condizionata fa venire subito il raffreddore.

                Saranno state le dieci e mezzo del mattino, fuori dalle persiane c’era una bellissima giornata, pure troppo calda per essere settembre.  Si alzò finalmente dal letto, mise gli auricolari e andò a fare colazione. Latte, cereali e il podcast di una rassegna stampa trasmessa in diretta qualche ora prima. Ancora morti in Medioriente, un’altra manovra discutibile e discussa del governo, una mostra d’arte allestita nei locali del consiglio comunale da un ragazzo di cinquant’anni con una voce acuta e pieno d’entusiasmo per le domande del giornalista tanto fiero dell’approdo di un po’ di cultura in quel buco dimenticato da Dio e dal sonno, da quando l’aeroporto era diventato internazionale e aveva quattro piste in più. Però, capiamoci bene, un aeroporto così era una bella risorsa, tante opportunità, tanta gente.

                Lo sport, finalmente. In campionato volavano le solite, fatta eccezione per qualche sorpresa destinata a spengersi nel girone di ritorno: è nelle trentotto partite che si valuta la forza di una squadra. La sua, tutto sommato, non andava così male, aveva un buon allenatore e qualche promessa societaria che faceva ben sperare i tifosi, sempre però scettici perché promettere è facile, ma la forza di una squadra si vede sulle trentotto partite. Mentre metteva tazza e cucchiaio nella lavastoviglie la trasmissione finì ed iniziò una canzone che doveva aver messo in coda la sera prima.

                Lasciò la lavastoviglie aperta, col carello in alto fuori, prese il cellulare per mettere un altro podcast d’approfondimento economico-finanziario con la musica techno in sottofondo (strano, ma accattivante) e pensò che non sarebbe stata poi una tragedia se la lavastoviglie fosse rimasta aperta, magari il carello poteva piegarsi un po’ ma era quasi vuoto.

                Tornò in camera, forse avrebbe dovuto farsi una doccia, non sarebbe stata una cattiva idea, pensava, mentre seduto sul letto scorreva brevi video sul telefono. Si erano fatte quasi le dodici, doccia.

                Si spogliò, aprì l’acqua calda e mentre l’aspettava pensò che non poteva entrare in doccia con gli auricolari, e quella trasmissione non era adatta all’altoparlante, troppi bassi, dalla doccia non avrebbe sentito niente. Era il momento dell’FM, alle dodici iniziava il giornale radio, perfetto. Entrò in doccia realizzando che le pubblicità radiofoniche non erano poi così diverse da quelle televisive, se non per l’immagine naturalmente, ma già lo immaginava il prodotto se ne sentiva parlare, ci aveva pensato la TV. L’acqua gli passava sul corpo mentre rifletteva su come la voce della cronista del GR fosse stata li presente anche prima che lui le permettesse di essere amplificata dalle casse del telefonino, sotto forma di un qualche tipo di onda invisibile e sempre disponibile, ma che bisognava saper captare. Sarebbe stato sicuramente più pratico se avesse potuto farlo da solo, senza bisogno di attrezzi. Sempre aggiornato, sempre sintonizzato, e senza muovere un dito. Poi per radio, che è sempre romantico.

                Ecco il segnale che saltava, non si capiva più niente, forse mettendo il telefono un po’ più vicino alla finestra sarebbe stato meglio. Uscì dalla doccia ancora insaponato, spostando l’apparecchio in cerca di un suono pulito, e nonostante cercasse di tenere sotto i piedi un asciugamano per terra si era formato un lago. Ecco, la voce era tornata chiara e lui tornò a finire di lavarsi.

                Mentre si asciugava i capelli lesse degli editoriali su certe uscite fuori luogo di alcuni politici, cercava di consultare testate diverse, per vedere cosa pensasse il nemico. Cominciò a vestirsi in fretta, erano già le tredici ed era una bella giornata, pranzare all’aperto non era una cattiva idea. Dopo poteva andare a dare un’occhiata a quella mostra in comune, quel giornalista l’aveva incuriosito. Mise le scarpe e uscì.

                A metà delle scale diede uno sguardo al telefono, erano già le quattordici, avrebbe trovato qualcosa di aperto? Tardi era tardi. Magari un panino, ma un panino non era molto attrattivo. Girò le spalle e tornò in casa a farsi un piatto di pasta. La mostra stava aperta fino alle diciotto, perfetto.

                Sul balcone, con la pancia piena e una sigaretta in bocca leggeva ancora qualche informazione sull’artista e sull’esposizione, poi si chiese, guardando la statale perdersi tra le colline, quanto ci sarebbe voluto per arrivare a Firenze, quanto era grande, dove andavano a finire tutti quei vicoli stretti tra il cemento degli edifici e il silenzio degli appartamenti tutti uguali. Forse avrebbe voluto viaggiare, fare esperienze. Cercò una lista di posti da vedere prima di morire e rimase affascinato e basito a leggere di certe usanze tradizionali.

                Mancava un quarto d’ora alle diciassette, era il caso di andare alla mostra, altrimenti neanche il tempo di arrivare che avrebbe dovuto andarsene. Prima di uscire andò in bagno e approfittò per finire di vedere un video secondo cui in India, per annuire, si muove la testa in orizzontale, al contrario in pratica.

                A metà delle scale si fermò, erano le diciassette e dieci, neanche il tempo di arrivare, in fondo quella mostra voleva vederla bene, non aveva molto senso andare per così poco tempo, magari c’era pure da pagare il biglietto. Risalì la sua metà di scale, entrò e chiuse la porta.

    Autore: B.