Nella giornata di ieri il dipartimento di scienze fisiche, della terra e dell’ambiente ha approvato una mozione storica per l’università di Siena.
Davanti alla guerra genocida in corso a Gaza e alla politica di pulizia etnica in corso in Cisgiordania il DSFTA si impegna a:
«Rescindere e non intraprendere accordi di cooperazione o collaborazione con le autorità israeliane, con le università, con enti di ricerca e con soggetti economici privati israeliani, fino alla cessazione di questa e fino alla manifestazione chiara, da parte del governo israeliano, dell’intenzione di rispettare i diritti fondamentali del popolo palestinese, il diritto internazionale e umanitario e le risoluzioni delle Nazioni Unite».
«Emanare in tempi brevi un Regolamento Ethical Due Diligence uniforme e trasparente che garantisca l’assoluta estraneità del nostro Ateneo a collaborazioni con enti esterni, pubblici e privati, responsabili o beneficiari diretti di guerre o gravi violazioni dei diritti umani o orientati alla produzione di saperi e tecnologie ad uso militare o dual use».
Il 14 ottobre si riunirà il senato accademico e l’ateneo dovrà prendere una decisione sulla mozione. Gli studenti hanno già confermato il loro sostegno.
Noi saremo con loro, per un’università libera dalla guerra e per la fine del genocidio.
Rispetto alle copiose manifestazioni di dissenso nelle piazze dello scorso 22 settembre e alle pressioni per il riconoscimento dello Stato di Palestina, il Governo con tutti i suoi apparati di propaganda e, più specificamente, i diretti interessati Tajani e Meloni hanno utilizzato la presenza di Hamas come il paravento dietro cui nascondere la propria implicazione nei massacri perpetrati da Israele e il loro totale asservimento coloniale al (dis)ordine imperialistico a stelle e strisce, fino al mandato Biden celatosi dietro la maschera dell’atlantismo ormai caduta.
In questione non è qui il dibattito storico-politico e strategico-militare sulla natura e le prospettive del fanatismo terroristico di Hamas, dibattito tanto necessario quanto impreparate sono le società occidentali ad affrontarlo, ma come i responsabili del posizionamento e della proiezione internazionale a medio-lungo termine del Paese stiano strumentalizzando un tema problematico per rimuovere e neutralizzare la questione del riconoscimento dello Stato di Palestina, alla quale non sono in grado di fornire una risposta all’altezza dell’impellenza e della gravità storica.
Ammettiamo ipoteticamente, dunque, senza concederlo, che l’argomento sia valido, senza impelagarci nella discussione su Hamas, sebbene anche soltanto a questo stadio emergano fallacie evidenti relative al coinvolgimento italiano nella fornitura d’armi ad Israele e più in generale alla tutela degli interessi del nostro Paese nella regione – ma non è su questo che vogliamo insistere.
E allora, anche se si accettasse quanto sostenuto dal Governo, l’assenza di un interlocutore legittimo a governare e amministrare il territorio potrebbe però valere appena per la situazione di Gaza: la giustificazione, cioè, si terrebbe in piedi solo al prezzo di indifferenza e abbandono categorici nei confronti delle popolazioni della Cisgiordania e dell’ANP-Fatah. Parliamo di milioni di persone esposte quotidianamente a pratiche di colonialismo, furto di acqua e risorse, violenze e soprusi. Ricordiamo che, a differenza di quanto sostenuto da media italiani di vario segno politico, il riconoscimento dello Stato di Palestina non è soltanto un “gesto simbolico” o un “segnale”: lo sarebbe forse dal punto di vista istituzionale e nell’ottica della risoluzione definitiva della controversia, ma avrebbe, tuttavia, conseguenze concrete e dirette sotto il profilo giursdizionale circa la protezione da assicurare ai civili, inermi e innocenti, veri martiri immolati sull’altare della giustizia invocata da entrambi i lati dello spettro fondamentalista.
E si tratterebbe di implicazioni ben più significative ed esigenti, di un riconoscimento di dignità e diritti foriero di ben più numerosi effetti rispetto alla concessione caritatevole di ospitalità in Occidente rivolta a qualche manciata di bambini, di ricercatori universitari e di malati, di cui i Governi occidentali si serviranno per “metterli sul piatto” e tentare così di stemperare e addolcire il carattere criminale della propria complicità.
Ognuno dovrà assumersi le responsabilità politiche e storiche delle proprie scelte, delle omissioni, delle ipocrisie e delle tecniche adottate per sviare il dibattito dalle questioni reali, nonché dei tentativi di lavare con un colpo di spugna la coscienza propria e altrui. Qui resteremo fedeli all’impegno della vigilanza e della critica. Se perderemo questa battaglia, non sarà per ingenuità o leggerezza. ¡No pasarán!
Lo sciopero e le manifestazioni che hanno attraversato il nostro paese segnano sicuramente un punto di grande importanza per il risveglio delle coscienze del popolo italiano. L’Italia tutta da nord a sud ha manifestato il disgusto e il dissenso per il genocidio più documentato della storia. Studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori, bambini, anziani, disabili sono uscite fuori da una torbida nuvola di menefreghismo e si sono ripresi la loro dignità in quanto classe sociale.
Ribellatevi, ma con moderazione ci dicono da tutte le parti, una vetrina rotta diventa il focus dell’intero governo. Una vetrina rotta è più importante di vite umane? La risposta è sì per Tajani, Meloni, Salvini, che continuano a mostrare solidarietà alle forze dell’ordine per qualche agente ferito, ma non parlano degli idranti e dei lacrimogeni sparati da quegli stessi agenti contro i manifestanti, compresi bambini e disabili, come quanto è avvenuto in autostrada a Bologna e al porto di Venezia, mettendo a rischio la sicurezza dei propri concittadini lì a scioperare come garantito dalla nostra Costituzione. La stessa contraddizione bizzarra avviene guardando a come l’Italia sia invece molto brava a scortare e proteggere ad esempio soldati israeliani che vengono qui sulle nostre coste per defaticare dalle fatiche della guerra, ma non abbastanza per schierarsi nella protezione internazionale dei suoi connazionali in partenza sulla Sumud Flotilla. Strano per un governo che fonda la sua logica propagandistica proprio sul benessere degli italiani!
“Il nostro presidente” come ama farsi chiamare ha perso l’ennesima occasione di rappresentare il suo popolo, ha deciso di ignorare mezza Italia che le chiede, le grida disperatamente, di prendere delle decisioni concrete per il genocidio tutt’ora in atto a Gaza. Ha per l’ennesima volta rifiutato di fare il lavoro per cui è pagata e per cui ha giurato. Il 22 settembre è una data che sarà ricordata a lungo e che dobbiamo replicare e raddoppiare, perché «le strade appartengono alle persone» e questo non ce lo dobbiamo dimenticare. Il sentimento di malcontento, malessere e miseria rispecchiato da un risveglio delle coscienze, ci ricordano che la questione palestinese ci sta insegnando tantissimo. Manifestare in piazza per il genocidio, è lottare trasversalmente per tutti i popoli oppressi, compresi noi tutti. Dopo il comunicato di Francesca Albanese, relatrice ufficiale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, abbiamo avuto la comprovata certezza che questo genocidio ha alle spalle enormi interessi economici, di cui i nostri governi sono tra gli sporchi collaboratori. Dunque scendere in piazza vuole dire riprendere coscienza in quanto classe sociale che subisce un sistema che ci impoverisce annientando le libertà collettive. Il 22 settembre 2025 l’Italia dopo anni di astensionismo, di silenzio passivo, ha deciso di sfondare la logica dell’isolamento a cui il potere tanto auspica di relegarci per prendere parola. Le proteste in tutta Italia si sono svolte nella totale pacificità dei manifestanti, ma a queste centinaia di migliaia di persone il presidente Meloni non presta attenzioni, non dedica nemmeno una riga in un post Instagram, più importante la vetrina rotta a Milano, ma tutte le città della penisola che si sono unite in unico grido? È evidente quanto il distacco tra il governo con le sue istituzioni e il suo popolo sia netto in questo periodo storico. D’altronde come la storia ci insegna solo il popolo salva il popolo. E spoiler: nessuno dei diritti duramente conquistati dai nostri avi è stato conquistato senza dare fastidio e senza rompere qualcosa, sicuramente non è sussurrando in punta di piedi che il padrone ci darà il permesso di entrare.
Nella giornata di ieri, in occasione del secondo incontro preparatorio in vista delle celebrazioni per l’anniversario dei 25 anni della Convenzione europea sul Paesaggio, si è tenuta a Siena una giornata di studi intitolata Cambiamento climatico e tutela del paesaggio tra cultura, natura e identità.
Dalla fitta serie di interventi mattutini – da parte di rappresentanti del comune di Siena, dell’UNESCO, della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e non solo – emergono due costanti, una retorica e una sostanziale. Quella retorica riguarda una frase che quasi nessuno dei relatori ha mancato di pronunciare: «l’adattamento al cambiamento climatico» adattamento, certo, non contrasto, «e la tutela del paesaggio sono sfide essenziali, motori di resilienza e di associazionismo locale». La costante sostanziale invece, ben più ancorata alla realtà, sbugiarda questa visione in parte auspicabile, almeno per quanto riguarda l’associazionismo locale, e in parte molto confusa (cosa significa esattamente motore di resilienza?), in quanto conferma una tendenza che vediamo sempre più forte, ovvero che i fondi statali necessari ai progetti di tutela del paesaggio e “adattamento” al cambiamento climatico sono destinati esclusivamente a quei luoghi in cui c’è forte interesse turistico. Non a caso gli esempi portati dai relatori riguardavano Venezia e le Cinque Terre. Emblematico in questo senso l’intervento di Gabriele Nannetti, Soprintendente Abap per le provincie di Siena, Arezzo e Grosseto del MiC, dove sostiene che non si deve sottovalutare il cambiamento climatico perché può intaccare il flusso turistico: estati più brevi significano meno giorni di mare, dunque l’esigenza di più strutture ricettive dotate di piscina.
In realtà la vera costante della giornata è stato il chiacchiericcio di fondo, testimonianza di un disinteresse generale, oltre che a una mancanza di rispetto, culminato con l’arrivo di Giuli e una corsa collettiva ad accoglierlo che ha lasciato il relatore di turno a parlare con poco più che le telecamere. Sospetto che la vera ragione per cui membri della giunta comunale, di Si.Ge.Ri.Co, tenutari di hotel, agriturismi, vigneti e vari rappresentanti dell’aristocrazia cittadina si trovavano lì, non fosse il genuino interesse per clima e paesaggio, piuttosto il pranzo, ottima occasione per fare nuove conoscenze, e la presenza del ministro: in molti aggiungeranno al curriculum la soft-skill di essersi complimentati e aver stretto la mano a un esponente di governo.
Alle 12:00, dopo la pausa caffè, parla Giuli. Come al solito non è facile trovare il filo condutture in quella matassa di paroloni in libertà che il ministro ama srotolare nelle sue apparizioni pubbliche. Ad ogni modo, tra vari sfondoni – per esempio consigliamo al ministro di ricontrollare la definizione di umwelt – emerge che il MiC spinge per un «paesaggio di qualità» che sia dinamico, innovativo e che racchiuda in sé «ambiente, storia e identità». Chiedo a voi lettori cosa questo voglia significare.
Si arriva poi alla parte più divertente, cosa può fare il Ministero della Cultura? Il ministero deve e può educare al paesaggio, dice ancora Giuli, deve educare al rapporto tra uomo e bellezza. Deve creare progetti che sostengano la tutela del paesaggio attraverso l’arte (?) e creare un coordinamento che sia in grado di scavalcare la burocrazia immobilizzante. Dice tutto ciò col tono di chi sta all’opposizione – tipico del governo Meloni – ma caro ministro, se crede, agisca.
Alla fine di un confusionario quarto d’ora il discorso del ministro termina tra gli applausi, mi fa male la testa, l’unica cosa che riesco a pensare è: «Quindi? Qual è il punto? Perché diavolo lo hanno invitato?». Presto detto, durante la conferenza stampa il ministro avrebbe dato rassicurazioni sull’ingresso del ministero come socio della fondazione Santa Maria della Scala (host dell’evento), progetto iniziato dal suo predecessore, che prevede un contributo ministeriale di 1,1 milioni di euro.
Non è un male, in linea di principio, che il governo investa su arte e cultura, speriamo soltanto che l’apporto di Giuli sia meno disastroso di quello che ha portato al MAXXI.
Se lasciamo da parte violenza e repressione, qual è la caratteristica delle destre? Prendere i voti dai poveri per fare l’interesse dei ricchi. Il nostro governo ce lo sta dimostrando ancora una volta. Al Meeting di Rimini Meloni ha avuto ancora il coraggio di parlare dell’Italia come paese più forte dell’eurozona, sventolando un tasso di occupazione senza precedenti. Bene, l’occupazione è salita, ma perché? Come? Questo fenomeno è da imputare principalmente all’ondata di assunzioni dovuta ai fondi PNRR. Ma più che di occupazione reale si tratta di una bolla. Non appena i contratti finiranno, coi fondi PNRR esauriti, la situazione tornerà subito drammatica. Lo stanno già sperimentando i tantissimi ricercatori RTDA (ricercatori a tempo determinato senza prospettiva di stabilizzazione), a cui pure la premier ha detto di aver destinato fondi senza precedenti. Fatto anch’esso vero, ma in negativo.
Ciò di cui Meloni non parla, e non parla mai, è il fatto che siamo l’unico paese Europeo in cui, dal 1990, i salari sono diminuiti. Al contrario i dividendi delle major italiane si sono gonfiati. Secondo Oxfam, dal 2020 le cedole delle grandi aziende italiane sono salite di circa l’84% – col rialzo più grande registrato tra 2022 e 2023, proprio l’anno dell’insediamento di Meloni –, mentre gli stipendi del settore privato sono calati del 13%.
La premier ha inoltre parlato di investimenti record in sanità, università e ricerca, senza tralasciare un elogio al ministro Bernini per la “grande conquista” dell’abolizione del numero unico a medicina. Tutto ciò è falso, ma avremo modo di vedere perché.
La “fretta” è una brutta bestia: condiziona chiunque, catturando la nostra mente per ore, giorni, settimane o anche più. La “fretta” ci permette però anche di sopravvivere alla criticità del mondo che ci circonda, scavalca i quesiti che ci vengono posti davanti e (nei peggiori dei casi) ci confeziona appositamente delle strade prefissate con cui interpretare le informazioni che ogni giorno ci capitano davanti. Lo so, è una banalità, una riflessione non molto approfondita, ma come molte realizzazioni non avviene con l’elaborazione degna di un saggista, quanto più con una lucidità che scandaglia un apparente ordine che costruiamo dentro di noi per filtrare quello che vediamo. Paradossalmente questa lucidità per me non è mai chiarificatrice; piuttosto si manifesta come una grande forma di caoticità che mi pone di fronte a qualcosa di difficilmente controllabile: L’immensa contraddittorietà che il mondo rappresenta per chiunque voglia farsi un’idea di esso.
Questa sensazione è spesso travolgente, soverchiante nei casi peggiori, capace di renderci passivi ad una paura animalesca e, a volte, l’unica reazione percepibile è quella che proverebbe una preda davanti al suo predatore naturale: una fuga irrazionale, mossa da un’adrenalina difficilmente esperienziabile in contesti diversi. La grande ironia di tutto ciò è che le informazioni che muovono il nostro mondo sono visibili ovunque, ma non percepibili. La fuga è quindi impossibile (o come tale viene percepita). In questo senso la “fretta” è per molti (io in primis) una soluzione accettabile, una serie di priorità che ci mettono in moto prima ancora che questo senso d’impotenza si manifesti in una corsa destinata all’auto esaurimento.
Questa mattina era per me caratterizzata da quella “fretta” di cui parlavo poc’anzi. Ho passato le prime ore del giorno ad evitare le notizie e i pensieri che spesso mi assillano, cercando una soluzione facile alla giornata. Poi le cose sono andate per il peggio e sono stato “costretto” a rimettere in ordine le mie priorità. Tutto è stato spazzato via dalle poche righe lette sotto ad un post sul profilo Instagram del vicepremier Matteo Salvini:
“Altro sangue innocente versato. Basta odio, basta terrorismo, basta morti. Bisogna lavorare per la liberazione degli ostaggi rapiti dai tagliagole islamici, liberare la popolazione civile di Gaza dalle sofferenze e dall’oppressione di Hamas, impegnarsi per la PACE, come sta cercando di fare anche in queste ore il presidente Trump.”
Esprimere un’opinione sulle parole di Salvini penso sia sinceramente inutile se preso come esempio singolo. Il segretario della Lega è stato premiato il 22 luglio scorso con il premio Italia-Israele, potendosi fregiare così del titolo di “amico d’Israele” per i suoi meriti come strenuo difensore dell’immagine dello Stato Ebraico in Italia. Le sue dichiarazioni non sono quindi una novità e s’inseriscono nella trafila di dichiarazioni faziose e incapaci della ben che minima coscienza critica che il Ministro/opinionista ha espresso sin dal 7 ottobre. Le parole di Salvini sono raffazzonate, prive di alcun tipo di analisi critica della situazione corrente in Palestina e di qualsivoglia cambiamento in atto nello scenario interno ad Israele. Sono comuni parole di denuncia, tra le tante viste oggi, accumunate da una sconcertante mancanza di qualsivoglia originalità. Nessuna spinta retorica, nessuna chiamata ad una presa di coscienza generale, neanche la più facile delle reinterpretazioni storiche usate come chiamata alle armi. Una noia, incapace perfino d’inorridirmi nella forma più becera del termine.
L’elemento veramente terrorizzante in questa storia, la spinta alla lucidità di cui parlavo in precedenza, è però proprio quella mia noia. Il ribrezzo, immenso per me stesso, era accompagnato dalla profonda consapevolezza che qualsiasi commento che avrei letto a proposito dell’argomento sarebbe stato privo di alcuna novità. Ho così cercato disperatamente una prova del contrario, ma i risultati sono stati scontati: “Sono inorridita– scrive Yvette Cooper, ministra, degli Esteri del Regno Unito sul suo profilo X – per l’attacco terroristico di Gerusalemme. I miei pensieri sono per le vittime e le loro famiglie in questo momento terribile”. Johann Wadephul, ministro degli Esteri tedesco, scrive: “profondamente sconvolto dal vile attacco terroristico a Gerusalemme”. Così due dei maggiori rappresentanti dei governi più rilevanti (e instabili) del continente europeo esprimono sdegno davanti all’attacco terroristico avvenuto ieri a Gerusalemme.
La storia del terrorismo in Europa e negli Stati Uniti ce lo insegna, un atto di violenza sui civili tramuta lo sdegno verso la violenza nella più comune delle barbarie, proprio perché ci tocca direttamente. La nostra sensazione di vulnerabilità diventa un facile perno retorico su cui far leva per giustificare una conseguente azione politica di risposta. Il problema è anche però un altro in questo caso, l’incapacità delle nostre classi politiche di prendere una posizione marcata nei confronti di quello che sta accadendo a Gaza. L’attacco terroristico a Gerusalemme è un ulteriore atto di violenza avvenuto su dei civili, ma che viene riportato unicamente come scusante, come velo, sotto cui nascondere l’impassibilità delle nostre classi dirigenti. Questo presunto sgomento è in primis riservato unicamente agli Israeliani, visto che le accuse verso Israele sono arrivate con il contagocce, unicamente dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato (Trump è probabilmente il presidente più filo-Israeliano della storia recente americana), risuonando quindi come una vaga (e debole) forma di protesta politica verso un alleato che non ci piace, ma contro cui possiamo fare poco, piuttosto che come un moto umano. Così la classe politica europea cerca di mantenere una parvenza d’eticità di fronte alla situazione in Medio Oriente, continuando però a tutelare i propri interessi politici ed economici verso Israele. Incapace di raccontarsi ancora come l’ala più cosciente della società contemporanea, l’Europa non agisce, travolta da una crisi identitaria e di azione che la mette di fronte alle incoerenze da sempre negate.
Tutto ciò per la popolazione civile del nostro continente è chiaramente inaccettabile, poiché umanamente ci troviamo di fronte ad uno sterminio sostenuto dalle nostre stesse élite politiche. In secondo luogo, ci troviamo di fronte all’incapacità e all’irrilevanza, che le nostre istituzioni hanno sullo scenario internazionale. Il loro distacco dall’opinione pubblica (largamente contraria al genocidio) denota una mancanza di coraggio e di credibilità, in un sistema politico che sembra incapace di mettersi in contatto con la realtà stessa di quello che sta aiutando a causare. Così la morte di sei israeliani diventa un pretesto politico, per uno sconforto umano che ci pare semplicemente non credibile. Come possiamo credere che quell’attentato sia causa di scalpore se non ne è stato mostrato alcuno verso 80.000 palestinesi? Con quale diritto l’Occidente chiede e si vuole presentare al mondo come perno morale, se davanti all’evidenza del suo lato peggiore è anche incapace di vergognarsene? Quale pretesa di correttezza possiamo avere verso gli altri paesi, verso degli autoritarismi, se anche le democrazie compiono pulizie etniche con il sostanziale benestare dei propri alleati?
Le conseguenze non saranno unicamente interne (come se ciò fosse poco), la credibilità dell’Europa anche sul piano internazionale sta venendo logorata nel tentativo di quest’ultima di salvare le sue relazioni con uno dei suoi partner commerciali e strategici più rilevanti. Un suicidio politico, che è accompagnato anche da un crollo culturale e di autorappresentazione: “Non siamo quello che ci siamo sempre raccontati di essere”.
Così mi chiedo quale sarà l’eredità del nostro continente dopo queste guerre. L’Europa, schiacciata da un mondo in mano a potenze e a dinamiche di cui non è padrona, mentre l’opinione pubblica interna si sfascia perché mutilata di forme di rappresentazioni adeguate. Dall’inizio della guerra in Ucraina vogliamo sostenere l’importanza di difendere le democrazie dagli attacchi dell’autoritarismo, nel mentre però il termine di democrazia occidentale perde qualsiasi significato per coloro che vivono dentro questo sistema. Come possiamo difendere la democrazia all’estero se siamo incapaci di difenderla dentro i nostri stessi sistemi? Così come la guerra in Ucraina ci riguarda direttamente perché ci pone di fronte alla minacciosità del mondo circostante e al crollo di rilevanza dei nostri interessi politici, allo stesso modo il genocidio palestinese è una spada di Damocle a livello culturale e d’immagine. Lo svelamento del vero interesse dei nostri governi e la fine delle narrazioni che ne hanno strutturato l’immagine. Una crisi iniziata ben prima del 2023, ma che trova dall’altra parte del mare la sua manifestazione più tremenda. Così è per noi oggi difficile capire da chi ci dobbiamo difendere e chi invece è nostro alleato, cosa è giusto raccontarsi quando il mondo ci dimostra il contrario.
Vorrei concludere dicendo che inevitabilmente il nostro rapporto con la storia e l’attualità condiziona anche la percezione di noi stessi. Perciò per quanto difficile o addirittura impossibile sembri, è necessario abbracciare la lucidità che in questo vergognoso periodo ci viene presentata. Il nostro modello è debole, il nostro modo di pensarlo ormai vecchio e la nostra popolazione altrettanto. Solamente abbracciando le difficoltà e le evidenti criticità del nostro tempo potremo trovare nuovi modi di percepirci e raccontarci al di fuori di questo profondo senso di castrazione politica e, soprattutto, umana a cui siamo stati tristemente abituati.
Alla fine di questo articolo mi ritorna in mente una frase che mi fu detta circa un anno fa: “Per quanto potremo sforzarci non troveremo mai nulla di più grigio dell’animo umano”. Penso di poter dire che mai come oggi queste parole mi risuonano anacronistiche. Davanti alle contraddizioni che il mondo ci pone davanti prendere una decisione che ci sembri rilevante parrebbe impossibile. Eppure, solamente ascoltando le nostre contraddizioni interne potremo avere la capacità di agire su di noi e sulle ben più grandi e incomprensibili sfumature che la realtà ci pone di fronte. Nella speranza che l’incomprensibile non sia solamente un argine alla nostra percezione, ma uno slancio verso nuove possibilità
Nell’inerzia dei nostri governi di fronte al genocidio in corso a Gaza, salpa con decisione la Global Sumud Flotilla, una delle azioni di solidarietà più forti e significative del nostro tempo. Civili disarmati, provenienti da 44 paesi, partono per portare cibo, medicine e un messaggio chiaro: rompere l’assedio illegale imposto da Israele ed esprimere vicinanza concreta al popolo palestinese.
Le minacce del ministro della sicurezza israeliano non si sono fatte attendere: dichiara di voler trattare come “terroristi” cittadini di decine di nazioni impegnati per l’apertura di un corridoio umanitario. In realtà, secondo la legge in acque internazionali, valgono le regole della bandiera dell’imbarcazione. Su una barca italiana, ad esempio, si applicano le leggi italiane; nessun altro paese può ostacolare la navigazione o far rispettare le proprie leggi. Un’azione israeliana contro la Flotilla violerebbe quindi il diritto internazionale, come già accaduto in passato.
Ma perché Sumud? In arabo, la parola significa resistenza. È difficile da tradurre, perché racchiude sfumature profonde, frutto di un processo identitario che accompagna il popolo palestinese da oltre settant’anni. Sumud (صُمُود), dalla radice samada (صَمَدَ), vuol dire allo stesso tempo “resistere” e “prendere”: rimanere, restare a casa, difendere il diritto ad appartenere a un luogo. È una resistenza pacifica, fatta di radici, ostinazione e dignità.
Per molti palestinesi, sumud significa soprattutto sopravvivere ogni giorno all’occupazione israeliana, trasformata in un vero e proprio carcere a cielo aperto. Il termine è strettamente legato all’ulivo, albero longevo e tenace, simbolo di identità, lavoro e nutrimento. Come un ulivo, si decide di ancorarsi, mettere i piedi ben saldi a terra, traslato su un piano concreto e quotidiano: ricostruire la propria casa dopo ogni bombardamento nel quartiere dove si è nati.
Non sorprende che i coloni israeliani abbiano spesso scelto di abbattere questi alberi per costringere le famiglie palestinesi a lasciare le loro terre: alla cura di chi li coltiva si oppone la brutalità dello sradicamento.
E allora questa missione, come l’ulivo, sceglie la dignità, perché nessun assedio potrà cancellare un popolo e la sua capacità di restare.
Lo scorso sabato Trump teneva un discorso a Dayton, Ohio. Non sono tanto le parole pronunciate dal candidato favorito a farmi prudere tutto, quanto piuttosto il modo in cui l’informazione italiana le ha recepite, specialmente quella più a sinistra. Certo gli va riconosciuto il merito di averle almeno menzionate, seppur nel modo più sbagliato possibile. Sulle pagine del Fatto, del Mattino, del Sole, si legge infatti: “Trump fuori controllo: «se perdo sarà un bagno di sangue»”. C’è poi anche chi, come ad esempio il sito del Sole, pubblica un breve video tagliato ad arte in cui l’ex presidente USA sembrerebbe, con quelle parole, riferirsi a conseguenze violente in caso di una sua mancata rielezione. Ebbene tutto ciò è falso. Quella frase, estrapolata da circa un’ora e mezza di delirio sovranista-populista, si riferiva in realtà al mercato automobilistico tra Stati Uniti e Cina – quest’ultima avrebbe costruito grandi fabbriche di automobili in Messico per inondare di veicoli rosseggianti gli States –, e non è neppure lontanamente tra i passaggi più terribili e aggressivi di quello sproloquio.
La mia domanda è quindi questa: perché?
Perché falsificare così palesemente l’informazione prestando il fianco a tutti quei trumpiani che, già senza bisogno di così forti pretesti, accusano costantemente gli oppositori di disinformazione e di asservimento a fantomatici poteri forti (a cui, per altro, il loro beniamino sarebbe inspiegabilmente immune).
Perché non riportare un qualsiasi altro passo di quello speech? Si poteva davvero pescare a caso, per esempio la difesa degli assassini di George Floyd e la promessa di garantire assoluta immunità agli agenti di polizia, o l’appoggio ormai scontato alla lobby delle armi, e potrei continuare…
Infine, perché invece di fare opposizione seria e ragionata si usano le stesse tecniche bieche e falsificatrici di chi si cerca di combattere?
Io la mia risposta me la sono data, vorrei sapere la vostra.
Da poco è finito Sanremo e una delle polemiche più accese è stata quella contro Ghali e le sue parole di pace (si, di pace), prima nel testo della sua canzone in gara ‘Casa mia’, scritta prima del 7 ottobre, poi con le importantissime parole ‘Stop al genocidio’, suggerite dal suo amico alieno a fine esibizione, clip che poi è stata tagliata dal ricaricamento su Raiplay. Questa è la strofa incriminata, che il cantante ha osato pronunciare:
Ma come fate a dire Che qui è tutto normale? Per tracciare un confine Con linee immaginarie bombardate un ospedale Per un pezzo di terra o per un pezzo di pane Non c’è mai pace.
L’attacco è stato sferrato dalla comunità ebraica di Milano e appoggiata dall’informazione in generale; da vari giornali alla Rai stessa.
Il Giornale: “Ha ferito molti”. La Stampa: “Inaccettabile la propaganda anti israeliana in TV” -riporta il messaggio del capo della comunità ebraica di Milano, chiaramente appoggiandolo-. Ambasciatore israeliano in Italia: “assurdo che il palco sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni…”
Oltre 13.000 bambini ammazzati, migliaia di mutilati, oltre 100.000 palestinesi di Gaza o morti o feriti o dispersi. Solo negli ultimi 4 mesi, su 2 milioni e 200 mila abitanti. Ma lo considerano attacco antisemita sostenere che Israele stia portando avanti un tentativo di pulizia etnica a Gaza. La considerano propaganda inaccettabile dire stop a questa catastrofe umanitaria che sta costringendo i palestinesi al di fuori di quel territorio, perché un altro paese vuole occuparlo definitivamente. Non a caso, distruggono tutto, a partire da ospedali, scuole, centri salute… l’obiettivo mi sembra chiaro. Ghali però non mi sembra che abbia detto questo, e in risposta alle dichiarazioni fatte contro di lui risponde: “…bisogna prendere posizioni, il silenzio è assenso”. Caro Ghali, che ti definisci e sei un italiano vero, che ami e credi in questo Paese che ripudia la guerra da Costituzione; qui vogliono il silenzio. Non solo la Narrazione non ha mai detto che è un crimine uccidere migliaia di persone, ma criticano pure chi lo dice. La libertà di pensiero e artistica è in pericolo. Un vero artista è libero e coraggioso di portare contenuti che trattino determinate tematiche profonde, capisce il valore della voce/visibilità pubblica e fa quello che si dovrebbe fare nel luogo più seguito d’Italia. Di fronte a questa realtà non sono più sufficienti gli appelli alla moderazione, occorre un cambiamento. Basta ascoltare le dichiarazioni del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, che ha detto in modo molto netto: “Fino a quando ci sarò io non ci sarà mai uno stato palestinese”, ponendo un ostacolo enorme al progetto di pace. Occorre, quindi, riconoscere lo stato palestinese, mettere in discussione gli accordi con Israele; sennò, anche noi siamo complici del massacro. Ed è per questo che il comunicato del AD della Rai, letto da Mara Venier in diretta durante l’esibizione, è una roba oscena; ti fa capire ancora nuovamente come funziona il sistema mediatico e politico in Italia. Senza considerare il fatto che la cara Venier sembrava che stesse leggendo una velina del ventennio o della grande Romania di Ceaușescu. Il comunicato naturalmente dava la solidarietà SOLO allo stato israeliano e SOLO alla comunità ebraica, rivendicando e legittimando il suo sottoposto “diritto alla difesa”. Credo che a questo punto si possa parlare solo di disumanità. Siamo proni a chi ci governa e all’autocensura, basti pensare che le parole bombardamenti o Israele, nell’algoritmo di Instagram, debbano essere in qualche modo scritte diversamente e oscurate, sennò vengono censurate (anche se quest’ultima è dovuta al fatto che Instagram è ammmerricana). O la stessa frase detta da Ghali Stop al genocidio che è stata censurata su Raiplay, o a Domenica In – Speciale Sanremo, dove sempre Mara Venier interrompe Dargen D’amico; Dargen: “Non si parla mai del fatto che la bilancia economica dell’immigrazione è in positivo. Quello che gli immigrati mettono nelle nostre casse, per pagare le nostre pensioni, è più di quello che noi mettiamo per l’accoglienza”, Venier: “Va bene però qui è una festa, scusate”, e portandolo via a braccetto visibilmente in difficoltà, continua “Sennò qui diventiamo troppo…” e poi conclude con un raccapricciante “Chiedo scusa a tutti quanti”, implicando che abbia detto qualcosa che non si può dire, che non si può fare, che va contro la destra itagliana. Anche in questo caso la clip naturalmente è stata oscurata da tutte le piattaforme Rai, compreso YouTube. Ma d’altra parte, che la tv è privatizzata e controllata da un governo di destra e pro Israele si sa già molto bene; non a caso si scandalizzano e devono ribadire che “è stata usata la parola genocidio”, ma poi fanno parlare ambasciatori israeliani che dicono che “la loro vendetta è un atto di democrazia”, in tv italiana… Radio Televisione Israeliana. Oppure possono essere letti i comunicati sacrosanti degli agricoltori della ‘rivolta dei trattori’, spalleggiati d’altronde da Salvini, Lollobrigida & Co.; mentre, il “Cessate il fuoco” di Dargen è un atto politico improponibile, perché siamo sul palco della canzonetta itagliana. Anche questo sarebbe da affrontare, dato che ogni evento nazionalpopolare contiene un’anima politica… ma qui cercano il disimpegno totale per schiacciarci, siamo contenitori.
Poi la follia più totale è che censurando la frase pacifista e umanitaria di Ghali loro abbiano ammesso che effettivamente sia in atto un genocidio.
In questo ambiente bigotto e conformista che hanno e abbiamo creato, su tutti i personaggi che sono stati sul palco di Sanremo in questi giorni, solo Dargen e Ghali hanno voluto mandare qualche messaggio, senza nemmeno prendendo una posizione di critica netta, su una situazione che nessuno può ignorare. La gente ha paura, lo sfondo costante della nostra epoca; la gente ha qualcosa da perdere, pure se si tratta di appoggiare le parole di un’altra persona. Chi ha voce pubblica deve aprire bocca, perché in questo momento, ora, è in atto un genocidio.
Siamo bombardati da informazioni inutili, quindi almeno l’arte dovrebbe rispecchiare la realtà, dovrebbe essere influenzata e raccontare di quello che succede nel mondo. Ghali pensa e parla col cuore. Guardando il pianeta Terra, cerca di farlo conoscere al suo amico alieno, ma ci sono cose che non riesce a spiegargli, perché non le comprende, tipo l’indifferenza. Parla dei “sogni che si perdono in mare“, nel Mediterraneo, a bordo di imbarcazioni di fortuna. Poi sottolinea, che guardando da un altro punto di vista, non è così chiara la differenza fra quella che consideriamo casa nostra ed il resto del mondo. Parla di sentirsi a casa, in base a ciò che ci succede e ciò che ci circonda, che è quello che stanno facendo coraggiosamente i palestinesi, preferendo rimanere nella propria terra che lontano nuovamente.
Il crimine vero è quello dell’indifferenza e non sarò mai responsabile di questi massacri. Questo è quello che molte persone stanno gridando per le strade e vicino alle sedi Rai, che come stiamo vedendo, sta portando come al solito a reazioni violente della polizia. Mentre le commemorazioni fasciste vengono osservate in silenzio, tutti col braccio teso – “ho la testa in giù, tutto è più chiaro…” – E questo fa ancora più rabbrividire, quando seguendo la manifestação per il diritto di espressione culturale negli spazi pubblici, organizzata con una parata-corteo durante il carnevale a Lisboa, un tizio in mutande ghepardate vestito a pezzi con una rete rosa, grida: “la strada è pubblica facciamola nostra con il nostro suono”. Poi parte la musica, tutti ballano e i poliziotti in disparte osservano la folla danzante e libera, alcuni andando a ritmo col piede, altri facendo un video per ricordo.
Nel 1981 Massimo Troisi rinunciò a presentare il suo film durante Sanremo, pubblicità che di certo gli avrebbe fatto molto comodo, perché la Rai all’ultimo gli impose di non parlare di politica, di religione, di terrorisimo… le cose non sembrano tanto cambiate, ma anche nei lontani (forse non troppo) anni ’80 si poteva scegliere, e cari personaggi pubblici e influencer, anche ora si può scegliere, e non asservirsi all’informazione dominante. Soprattutto se si è privati della libertà.
“Ai miei figli cosa dirò (?) Benvenuti nel Truman show“
In data 16 novembre stavo seduto nell’esplanada dell’FCSH quando una ragazza del Movimento Estudantil pela fim ao fossil quasi mi faceva strozzare col pranzo, urlando a me e agli altri ragazzi che erano lì, che stavano schedando alcuni suoi compagni e che tutti noi dovevamo intervenire per fermare quella barbarie, pena l’essere complici, o peggio, mandanti morali di quella che gli attivisti additavano con cori e tamburi come una rappresaglia fascista.
Un po’ di contesto. Nella giornata medesima l’ala giovanile di Chega – che per semplicità descriverò come la Lega Salvini portoghese – era giunta in mattinata al campus di Avenida da Berna per fare volantinaggio, con argomentazioni assolutamente discutibili, contro quella che definivano un’occupazione inutile e dannosa, portata avanti con tende, tamburi e bombolette spray dagli studenti per il clima. Come c’era da aspettarsi (e come certamente i giovani destrorsi si aspettavano) l’accoglienza non è stata delle più calorose. Neanche dieci minuti più tardi tutti quei volantini, i loro brandelli per l’esattezza, riempivano i cestini del campus e nell’aria si sentiva l’odore classico di carta bruciata. Alcuni dei giovani di Chega sono stati immediatamente accompagnati al cancello dalle spinte gentile degli attivisti, altri, più tenaci, sono rimasti un paio d’ore fermi, spalle a una siepe, a prendersi insulti dalla folla che gli si era chiusa introno.
Bene, prima osservazione: credo sommessamente che quando si parla di politica, figuriamoci quando si pretende di farla, i gesti e i simboli abbiano un’importanza. Non è mia intenzione fare paragoni impropri, ma quali sono le uniche forze politiche a poter vantare d’aver bruciato gli scritti dell’opposizione? La risposta la lascio a voi.
Seconda osservazione: per delle persone che sostengono di battersi per la libertà in tutte le sue forme questa è stata quanto meno un’occasione persa per mettersi a sedere col “nemico”, per confrontarsi. Mi domando poi da dove venga questa paura, questa reticenza al dialogo, vista la sicurezza granitica con cui quegli studenti portano avanti le loro tesi.
Questo atteggiamento ha poi provocato altre evitabilissime conseguenze. Non ci voleva molto a capire che i ragazzi della destra si trovavano lì esattamente per essere aggrediti, non è certo un caso se ad accompagnarli c’era una deputata del partito medesimo, che, sorpresa sorpresa, appena uscita dall’università ha rilasciato un’intervista all’Observador lamentando la “terribile aggressione”. Insomma, come spesso accade, cause giuste finiscono in vacca perché perorate nel modo più sbagliato possibile. Questo non è un unicum del movimento studentesco portoghese, anzi, è un fenomeno che sembra affliggere buona parte della sinistra militante europea, o almeno le sue frange giovanili ed ecologiste, che sfilano per le strade del mondo nei loro baschi alla Black Panthers, anfibi e canottiere col segno dell’Om, portando avanti, a tempo di tamburi e tamburelli, un attivismo divertito e danzereccio, ma poco solido, poco organizzato, come dicono da queste parti: muito, muito fraco.
In chiusura, vorrei dire a quella ragazza che urlava a inizio di questo pezzo che per quanto io sia d’accordo con l’urgenza di un intervento politico sulla questione climatica, quella non è la mia battaglia, non è il mio modo di condurla e non voglio esservi associato. Quella carnevalesca occupazione autorizzata dall’università – che è di per sé una contraddizione in termini – non mi appartiene. Credo ancora, forse stupidamente, nelle istituzioni democratiche e pertanto odio quella retorica per cui o sei con me o sei contro di me. E credo anche nell’università, forse ancor più stupidamente, e vederla imbrattata da chi dovrebbe farla propria mi sembra davvero un brutto segnale. Non state combattendo per me. Non state combattendo per me.