La priorità del governo in risposta al grido di protesta dell’intero paese: una vetrina rotta

Lo sciopero e le manifestazioni che hanno attraversato il nostro paese segnano sicuramente un punto di grande importanza per il risveglio delle coscienze del popolo italiano. L’Italia tutta da nord a sud ha manifestato il disgusto e il dissenso per il genocidio più documentato della storia. Studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori, bambini, anziani, disabili sono uscite fuori da una torbida nuvola di menefreghismo e si sono ripresi la loro dignità in quanto classe sociale.

Ribellatevi, ma con moderazione ci dicono da tutte le parti, una vetrina rotta diventa il focus dell’intero governo. Una vetrina rotta è più importante di vite umane? La risposta è sì per Tajani, Meloni, Salvini, che continuano a mostrare solidarietà alle forze dell’ordine per qualche agente ferito, ma non parlano degli idranti e dei lacrimogeni sparati da quegli stessi agenti contro i manifestanti, compresi bambini e disabili, come quanto è avvenuto in autostrada a Bologna e al porto di Venezia, mettendo a rischio la sicurezza dei propri concittadini lì a scioperare come garantito dalla nostra Costituzione. La stessa contraddizione bizzarra avviene guardando a come l’Italia sia invece molto brava a scortare e proteggere ad esempio soldati israeliani che vengono qui sulle nostre coste per defaticare dalle fatiche della guerra, ma non abbastanza per schierarsi nella protezione internazionale dei suoi connazionali in partenza sulla Sumud Flotilla. Strano per un governo che fonda la sua logica propagandistica proprio sul benessere degli italiani!

“Il nostro presidente” come ama farsi chiamare ha perso l’ennesima occasione di rappresentare il suo popolo, ha deciso di ignorare mezza Italia che le chiede, le grida disperatamente, di prendere delle decisioni concrete per il genocidio tutt’ora in atto a Gaza. Ha per l’ennesima volta rifiutato di fare il lavoro per cui è pagata e per cui ha giurato. Il 22 settembre è una data che sarà ricordata a lungo e che dobbiamo replicare e raddoppiare, perché «le strade appartengono alle persone» e questo non ce lo dobbiamo dimenticare. Il sentimento di malcontento, malessere e miseria rispecchiato da un risveglio delle coscienze, ci ricordano che la questione palestinese ci sta insegnando tantissimo. Manifestare in piazza per il genocidio, è lottare trasversalmente per tutti i popoli oppressi, compresi noi tutti. Dopo il comunicato di Francesca Albanese, relatrice ufficiale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, abbiamo avuto la comprovata certezza che questo genocidio ha alle spalle enormi interessi economici, di cui i nostri governi sono tra gli sporchi collaboratori. Dunque scendere in piazza vuole dire riprendere coscienza in quanto classe sociale che subisce un sistema che ci impoverisce annientando le libertà collettive. Il 22 settembre 2025 l’Italia dopo anni di astensionismo, di silenzio passivo, ha deciso di sfondare la logica dell’isolamento a cui il potere tanto auspica di relegarci per prendere parola. Le proteste in tutta Italia si sono svolte nella totale pacificità dei manifestanti, ma a queste centinaia di migliaia di persone il presidente Meloni non presta attenzioni, non dedica nemmeno una riga in un post Instagram, più importante la vetrina rotta a Milano, ma tutte le città della penisola che si sono unite in unico grido? È evidente quanto il distacco tra il governo con le sue istituzioni e il suo popolo sia netto in questo periodo storico. D’altronde come la storia ci insegna solo il popolo salva il popolo. E spoiler: nessuno dei diritti duramente conquistati dai nostri avi è stato conquistato senza dare fastidio e senza rompere qualcosa, sicuramente non è sussurrando in punta di piedi che il padrone ci darà il permesso di entrare.

Autrice: Rossella Castello.

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