Sumud: la resistenza che salpa verso Gaza

Nell’inerzia dei nostri governi di fronte al genocidio in corso a Gaza, salpa con decisione la Global Sumud Flotilla, una delle azioni di solidarietà più forti e significative del nostro tempo. Civili disarmati, provenienti da 44 paesi, partono per portare cibo, medicine e un messaggio chiaro: rompere l’assedio illegale imposto da Israele ed esprimere vicinanza concreta al popolo palestinese.


Le minacce del ministro della sicurezza israeliano non si sono fatte attendere: dichiara di voler trattare come “terroristi” cittadini di decine di nazioni impegnati per l’apertura di un corridoio umanitario. In realtà, secondo la legge in acque internazionali, valgono le regole della bandiera dell’imbarcazione. Su una barca italiana, ad esempio, si applicano le leggi italiane; nessun altro paese può ostacolare la navigazione o far rispettare le proprie leggi. Un’azione israeliana contro la Flotilla violerebbe quindi il diritto internazionale, come già accaduto in passato.


Ma perché Sumud?
In arabo, la parola significa resistenza. È difficile da tradurre, perché racchiude sfumature profonde, frutto di un processo identitario che accompagna il popolo palestinese da oltre settant’anni. Sumud (صُمُود), dalla radice samada (صَمَدَ), vuol dire allo stesso tempo “resistere” e “prendere”: rimanere, restare a casa, difendere il diritto ad appartenere a un luogo. È una resistenza pacifica, fatta di radici, ostinazione e dignità.


Per molti palestinesi, sumud significa soprattutto sopravvivere ogni giorno all’occupazione israeliana, trasformata in un vero e proprio carcere a cielo aperto. Il termine è strettamente legato all’ulivo, albero longevo e tenace, simbolo di identità, lavoro e nutrimento. Come un ulivo, si decide di ancorarsi, mettere i piedi ben saldi a terra, traslato su un piano concreto e quotidiano: ricostruire la propria casa dopo ogni bombardamento nel quartiere dove si è nati.

Non sorprende che i coloni israeliani abbiano spesso scelto di abbattere questi alberi per costringere le famiglie palestinesi a lasciare le loro terre: alla cura di chi li coltiva si oppone la brutalità dello sradicamento.


E allora questa missione, come l’ulivo, sceglie la dignità, perché nessun assedio potrà cancellare un popolo e la sua capacità di restare.


Autrice: Rossella Castello.

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