Categoria: Grattate

  • Niente di nuovo sul fronte orientale

    Il romanzo di Remarque si sofferma molto sullo scarto tra la situazione del fronte e quella dietro le linee. Poco lontano dalle trincee, dal vicolo dei topi, dove i morti perdono le ossa, la vita continua tranquilla. L’abitudine, le illusioni della propaganda e dell’informazione, se esiste distinzione tra le due, prevalgono sull’umanità e sull’orrore.

    Allora il fronte era a occidente, ma quella terribile contraddizione la ritroviamo identica, oggi, sul fronte orientale. Lo testimonia il servizio del Guardian a Tel Aviv, dove a 70 chilometri da Gaza gli israeliani affollano le spiagge, le discoteche, i bazar e tutto scorre normalmente.

    Quando Matthew Cassel, il reporter, chiede a dei passanti come possano digerire tutto ciò, come possa essere quella la loro reazione davanti a tanta morte, una ragazza risponde: «L’80% delle foto e dei video che vedi sono falsi», un altro aggiunge «Nessun palestinese è innocente, anche i bambini sono futuri terroristi».

    Quando mi ritrovo su Instagram a guardare storie e vedo un repost di un video straziante e poi subito dopo un aperitivo in compagnia non posso non pensare che ci siamo cascati anche noi. Come possono quelle due cose stare insieme? Come posso stare qua a scrivere invece di uscire e urlare?

    Eppure, eccomi qua, ed eccovi qua, io e voi, provando a fare il nostro piccolo, consapevoli che sia troppo poco.

    E quando domattina leggeremo di altri 90 morti a Gaza, altri 90 Paul, penseremo: niente di nuovo sul fronte orientale. E ancora una volta diremo tra i denti: «Basta».

    Autore: b.

  • Pallottole invisibili

    Assassinare una persona disarmata e indifesa è sempre sbagliato. Non può esserci giustificazione per un gesto simile, che rappresenta una sconfitta per chi lo compie, per chi lo subisce e per l’intera collettività.Tuttavia, fermarsi a questa sola condanna rischia di essere insufficiente. L’atto violento che oggi scuote le cronache si inserisce in un contesto sociale complesso, in cui la violenza non si manifesta soltanto con il sangue di un martire, ma anche attraverso ideologie che feriscono senza apparire.Charlie Kirk non ha mai usato la forza fisica; la sua militanza, che non a caso ha scelto come terreno fertile i campus universitari, luogo in cui le persone diventano e consolidano ciò che saranno per il resto della loro vita, possiamo davvero definirla “non violenta”? La sua retorica ha spesso legittimato la supremazia bianca, la negazione dei diritti delle donne (arrivando a sostenere che il vero scopo della loro presenza nei college fosse trovare un marito facoltoso prima di “invecchiare”), la subordinazione dei corpi femminili, la mancata legittimazione della Palestina. Tutto questo costituisce una forma di violenza meno evidente, che non si misura in un video di quattro secondi, ma che plasma il pensiero pubblico e normalizza l’oppressione, e questa non è solo ideologia e video ragebaiting su instagram: tutto questo si ripercuote nella vita quotidiana di milioni di persone, causando dolore e morte concrete quanto le pallottole che abbiamo visto ieri. I suoi dibattiti, difesi e osannati dai suoi sostenitori come simbolo delle sue buone intenzioni, raramente miravano a un confronto costruttivo, ma a produrre polarizzazione: convincere sempre di più chi gia la pensa come lui che ha ragione, prendendo ad esempio la confusione di alcuni studenti interrogati a bruciapelo su questioni scivolose, e a causare reazioni forti dall’opposizione, sempre e comunque a favore di telecamera e di views su tiktok.Un capitolo rilevante della sua retorica riguarda la difesa della diffusione delle armi da fuoco. Rimbalza ovunque da ieri la clip in cui affermava che alcune vittime “accidentali” all’anno rappresentassero un prezzo accettabile per garantire la tutela del Secondo Emendamento. Posizione che rivela in maniera esemplare la logica di un’ideologia fondata su un privilegio esistenziale: le vite sacrificate appartengono ad altri, a comunità marginalizzate, mentre chi difende questo principio si percepisce al sicuro, impermeabile alle conseguenze. È una prospettiva che minimizza le vittime concrete trasformandole in “effetti collaterali” e che mostra come la violenza non sia necessariamente un’azione. Questo non significa, sia chiaro, che la sua uccisione sia una vittoria. Al contrario: non lo è per nessuno, neppure per chi da anni combatte contro le idee che rappresentava. Anzi, proprio questo atto diventa un assist senza precedenti nelle mani dei suoi alleati: non è un caso che personalità vicine a Trump, come Laura Loomer, abbiano già invocato una repressione totale di ogni forma di organizzazione di sinistra, presentata come “minaccia nazionale”. Di questo regalo pagheremo le conseguenze per lungo tempo, temo: ed è difficile valutare se Kirk abbia fatto più danni in vita di quanti ne fará da morto.La veritá é che la violenza assume molte forme, non tutte immediatamente riconoscibili. Alcune si vedono, altre rimangono invisibili, ma ugualmente pericolose. La domanda è: come interrompere questo circolo vizioso? Voglio osare, non un martire alla volta.

    Ali.

  • Il paradosso dell’autenticità

    Chi di voi abiti in una città turistica – potremmo quasi dire «chi di voi abita in Italia» – avrà notato la crescita esponenziale del cosiddetto turismo esperienziale. Caterve di cooking-class, degustazioni guidate, mostre immersive, workshop di ogni genere; il tutto accomunato da due elementi: i prezzi esosi e l’aggettivo «autentico», più spesso nella sua declinazione anglosassone: «authentic». 

    Questo lascia intendere prima di tutto che per accedere all’autenticità sia necessario farne esperienza o, più in generale, fare esperienza, cosa che sarebbe corretta, se tale esperienza fosse reale. 

    Da quando questa forma di turismo ha cominciato a rappresentare una grande opportunità di mercato, come sempre succede a queste latitudini, si è cominciato a produrre esperienze in serie, livellandole al ribasso su quelle che si ritengono le richieste dei turisti che, dal canto loro, non sembrano interessati a conoscere le specificità del posto che visitano, a provare qualcosa di nuovo, al contrario sembrano pretendere di trovare tutto ciò cui sono abituati. 

    Comunque, se è vero che la domanda nasce da un bisogno e un bisogno da una mancanza, sembra evidente che oggi fare esperienza manca o, per dirla in modo più diretto, vivere manca. Fatto piuttosto naturale in un mondo in cui tutto è mediato. Il risultato, però, non è una risposta a questo bisogno, ma il proliferare di esperienze standardizzate, tutte uguali e ugualmente false, dove il bello è tale solo se instagrammabile e dove l’unica cosa «autentica» è l’inculata che si riceve. 

    Tutto ciò, oltre a essere profondamente triste – come molto di ciò che è tipico di questi tempi –, impedisce di trovare qualcosa di autenticamente autentico, con gran danno dei pochi che ancora davvero viaggiano: ultimi cercatori di qualcosa che è ormai antieconomico, quindi estinto. 

    Autore: b.

  • Spira

    Osserviamo paesaggi,rondini,tramonti, ruscelli… Il suonar dei clacson,il rumore dei passi della gente. Parliamo, parliamo molto spesso diciamo,fiatiamo con la nostra bocca tanto per bisillabare,ma molto spesso non comprendiamo. Non conosciamo noi stessi e nemmeno gli altri. Possiamo però ammirare,che è diverso dall’ osservare. Ammirando la nostra spirale di vita,il nostro ciclo ciò che facciamo, possiamo però compiacerci davanti a ciò che ci rende felici. Che sia un caffè,un bicchiere di vino o al solo sentir du vecchiarelle sulle scale,che borbottando parlano dei vecchi tempi… O come non pensar alla risata dei cittini. Quando parliamo con la nostra spira dentro di noi, spesso la temiamo,essa però ci sta solo dicendo di ammirare e di non limitarsi ad osservare. Come un urlo in una stanza insonorizzata,in realtà parla per noi, vuole essere ascoltata . Allora nel tentativo di trovare un senso più profondo lo faccio,mi dico:” Va bene ammiriamo!”- Ed allora constato tutto dalle bottiglie dell’ acqua,alle mura di casa fino al giardino li fuori. Tutto effettivamente ha un senso così o quanto meno delle forme geometriche ben delineate,ed allora si che mi rassereno e mi dico:” Cazzo,ecco cosa ci vuol dire! – Forse e dico forse, nu ne so ancora sicuro eh, ma ci tiè vivi,la spira è l’ arma dell’ animo!!

    DB.

  • Tasto Rosso

    Il mio cervello alle volte fa una cosa. Mi piace molto ascoltare musica mentre faccio cose, mentre cucino, pulisco, mi faccio lo shampoo, cammino, faccio la spesa. Ma i momenti in cui mi piace ascoltarla di più in assoluto sono i tragitti. Che siano in auto, treno, traghetto, o a piedi, i passi che percorro si stampano sulle strofe della canzone. E così, come stessi usando uno dei vecchi registratori di papà, clicco il pulsante rosso, e ogni ramo che mi scorre sopra la testa si intreccia alla frase che sto ascoltando in quell’istante. I tombini su cui salto diventano metafore delle mie strofe preferite, i cani che incrocio diventano testimoni di questa piccola e segreta magia, e così ogni volta che ripercorro quella strada sono in grado di risentire quella esatta melodia.Il mio trucco preferito, tuttavia, è quando riesco a invertire il meccanismo. Allora cerco quella esatta canzone, mi metto davanti alla pila di piatti sporchi, schiaccio il tasto nero che fa alzare quello rosso e premo play, e senza accorgermene sto di nuovo camminando sotto al sole, o sono sul treno e sto guardando le onde che si infrangono sulla scogliera, mentre le mie mani, inconsapevoli, lavano i piatti, o mi intrecciano i capelli, oppure ancora piegano i miei vestiti. Come ogni registratore meccanico, questo mio ingranaggio non é certo immune all’inceppo. Solo che me ne accorgo troppo tardi. Esco di casa, tiro fuori le cuffie, sul cellulare premo play e contemporaneamente il tasto rosso che fa alzare quello nero e proprio mentre sono pronta a registrare, inizio a vedere i piatti sporchi, i calzini da piegare, il pavimento da spazzare. E so che non c’è modo di disintrecciare quel brano da quelle visioni a meno che non lo sento e lo sperimento tutto. E così ci sono dei giorni in cui faccio due lavatrici, due shampoo, due cambi di armadio. Uno mentre ascolto i The drums, l’altro mentre prendo la metro, il traghetto, l’autobus. Non consigliarmi nuovi registratori digitali, che non si inceppano. Non voglio dimenticare.

    Autrice: A.

  • Breve storia della seconda migrazione delle rondini

    Resoconto Discorso tenutosi pubblicamente dal Re Maiale

    Data e ora: Idi di Marzo 2109, 17:34

    Luogo: Montecretinate

    Battitore a macchina: Rodolfo Acritico

    Piazza Francesco Tirasogni, Montecretinate. L’anteinizio del Discorso si è appena concluso, ancora riecheggiano i rimbombi delle trombe imperiali dentro le strade radiali alla Piazza. La fontana, la quale regolarmente situa in nel centro, adesso, farei fatica a sbilanciarmi sulla sua effettiva, consistente presenza, tanti sono i soggetti qui oggi. Continuano ad arrivare animali, carri, carretti e ciclomotori, persone a piedi e volatili ad ali. È appena stato esploso il primo fuoco d’artificio. Un porcello sta inciampando, tanto è lo spavento. Si attende con attesa il lancio del secondo fuoco, dopo il quale come da nuova introduzione legislativa non potrà parlare che il Re. Tuttavia, infratanto la folla persiste nel chiacchiericcio, pur prestando reverenza a ciascun momento. Eccolo che si gonfia nel cielo, il secondo fuoco. Cala il silenzio. Alzatasi la serranda, tocca alla porta a sottili vetri aprirsi. Il Re Maiale è ufficialmente in balcone. La folla muta si lancia in un rumoroso battito di mani. Il Re alza la destra, la folla si cheta. Inizia il discorso:

    “Popolani, siamo nel momento in cui oramai non è più possibile ragionare sul conveniente. Ci troviamo nel momento in cui siamo chiamati ad agire. Dopo aver vittoriosamente dissodato il Sahara con i nostri meccanici, l’attuale preoccupazione principale dev’essere la difesa dall’invasore. Esattamente un anno fa, giunse il primo. Fu sottovalutato, così ne arrivarono altri, poi sempre di più. Lo scorso governo non fu all’altezza della situazione. Il risultato lo sappiamo tutti quale fu: il 90% dei popolani ebbe problemi respiratori fino alla venuta dell’estate, alcuni fino all’autunno. Arrossamento e gonfiore agli occhi, un eterno gocciolio dal naso, fatica a respirare e mal di gola. Un gruppo di scienziati governativi la definì Allergia Stagionale. Anche quest’anno è previsto l’arrivo delle rondini, i nostri radar ci dicono che i primi battaglioni sono già in viaggio. Ma però bensì, quest’anno, saremo pronti, invero già attivammo la contraerea, veleni ed altri armamenti. L’obiettivo è uno: abbatterle tutte, il motivo è altrettantamente uno: difendere i popolani dall’allergia.”

    Il Re alza la sinistra. La folla, ancora impossibilitata a parlare, applaudisce il doppio più forte del prima. Il Re Maiale alza la destra. La folla immobile. Comincia un nuovo discors

    Incredibile una voce vien fuori non dal balcone bensì dal basso tra la folla qualcuno ha parlato subito mille fucili puntati indiscriminatamente sulla zona d’interesse. Si crea una voragine tra le persone, tutte le non coinvolte si allontanano da quell’unica voce, appena percettibile da qui. Non se ne vede la fonte. Dice: “boiate”. Irreale! Scalpore divampa. Miglioròmmi la prospettiva, pertanto riesco a vedere il verme che parla. Invero un verme è il parlante. Non batte ciglio di fronte alle mille armi puntate su di lui, di fatto ne basterebbe uno solo di fucile. “Come dite e come osaste?” domanda il Re. “Dico che le vostre son boiate.” – ribatte immediato il verme – “Non sono le rondini la causa dell’allergia,”- prove di sconcerto generale nella piazza: nessuno si aspettava tale ribaltone. L’agnellina Sorella Angela si lascia svenire -“bensì il polline delle piante in fiore”. Il Re prorompe in un grugnito divertito. Si tiene la pancia, sembra gonfiarsi. Ora sentenzia: “Certo non sarete voi con le vostre astruse filosofie eteree a mandare in fumo anni di scientifici studi. Le rondini sono la causa, vanno eliminate”, ma il verme non aspetta: “quello dell’allergia è un problema che esisteva già prima dell’inizio delle migrazioni delle rondini, persino i romani ne soffrivano. Veri studi, liberi, prima che scientifici, stanno cercando una cura, dopo che hanno riscontrato nei pollini la causa. Non servirà a niente sterminare le rondini”. Il Re riprende parola: “Quindi voi proponete un punto di vista differente da quello prestabilito, con una certa fondatezza, pur sapendo di cadere nell’impopolarità?”, risposta: “Sì. Un verme che non si oppone è soltanto un verme”. Sembra che il Re Maiale ne abbia abbastanza, mentre rientra in porcilaia fa un cenno al suo sottoposto, il quale dirige un altro cenno simile al sottopostissimo. Grande confusione, troppa polvere levata in aria. Passano quaranta secondi e al suo ricalar il verme non v’è più. Conclusosi il discorso pubblico.

    Data e ora: 16 Marzo 2109, 9:23

    Luogo: Montecretinate, Ufficio Stampa

    Battitore a macchina: Rodolfo Acritico

    Prima pagina del giornale: “Ritrovato ucciso il verme che parlò illegalmente durante il Discorso. Dichiarazione del Re <per quel che fece, è come l’avessi ucciso io in persona>”. Seconda e ultima pagina: “Cominciano gli attacchi alle rondini invasore: <Da Settembre non saranno mai più un problema>”.

    Data e ora: 30 Aprile 2110, 18:09

    Luogo: Montecretinate

    Battitore a macchina: Rodolfo Acritico

    Stessa piazza, più di un anno dopo, di dove fu visto l’ultima volta vivo il verme che sfidò il Re. Il Re Maiale sta per iniziare il suo discorso promesso, dovrà dare spiegazioni circa la grande, anzi maggiore quantità di casi allergici rinvenuta anche quest’anno, pur in assenza delle rondini. L’attesa si fa lunga. Timidamente il sottoposto esce al posto del sovraposto, reggente un foglietto in mano. “Si comunica la fuga del Re in terra straniera”. La delusione cresce tra la folla, insieme a un senso di smarrimento: fu tutto inutile? Adesso i popolani senza più re rimpiangono il cielo mosso dalle rondini.

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  • La Chimera

    Fa che non ci sia, stavolta. Fa che non ci sia. Non riesco a non pensarci ogni volta che, nelle molte giornate vuote, tiepide, negli ultimi due anni, mi metto a cercare un libro nella casa in cui sono in affitto. Splendida posizione sotto molti punti di vista, ma è la sua realtà di casa in quanto casa a renderla davvero speciale. Ogni camera ha un tema cromatico, lo si vede nelle pareti, accompagnate dall’arredo, e da particolari che vanno oltre la funzionalità dei mobili: i quadri dipinti. Sono due, uno per camera, e riprendono i colori delle rispettive stanze, persino con la cornice. Leo Prina ’68, la firma ben leggibile dell’autore riportata in bianco nell’angolo in basso a destra del quadro in camera mia. Rosso e nero i colori dominanti, esattamente come il comodino, la cassettiera, le pareti. Pur essendo di grandi dimensioni, rappresenta piccole silhouette di uomini e carri, messi in fila, alle pendici di un monte. Ma il vero protagonista dell’opera è il cielo: rosso incandescente, arancione in alcuni punti, fino a diventare giallo in una macchia che sbuca in parte da dietro il monte; pennellate molto spesse, sarebbe bello toccarle, posarci la mano e farla scorrere tra i rilievi di colore, come Leone fece col pennello per dare loro esistenza. Il Signor Leone è più che l’autore del quadro, però. Leone fu il proprietario dell’appartamento fino a quattro anni fa, quando questo passò ai figli dopo la sua morte.

    Dev’essere stata una personalità eccentrica, esoterica, mai sazia di sapere, di nozioni pratiche e metafisiche. Un salotto pieno di orologi, cornici splendide, anche per il televisore. Quadri, stampe, edizioni speciali di libri, set di tazzine, una cura razionale ed estetica per ogni parte della casa. Comodità, attrezzi, spazi ben gestiti e valorizzati al meglio, importante per una casa non molto grande come questa. Ricordo che la prima cosa che tolsi da camera sua fu una lampada di marmo a forma di elefante, a seguire la testata del letto: un arabesco di legno verniciato d’oro. Erano troppo per me. Tuttavia, la cosa che più mi rese felice al tempo e che ancora mi regala gioie fu ed è la quantità di libri lasciata dal proprietario in casa mia. Pensando di recare qualche disturbo, sentì il bisogno di giustificarsi dicendo che ne aveva già tolti moltissimi e non sapeva più dove mettere i restanti. Credo di avergli fatto capire molto velocemente che non era un problema.

    Da subito mi misi a cercare, spulciare, toccare tra le librerie della casa, due nel corridoio e una ad angolo nella sala, come al mercatino dell’usato. Quante cose… in questo secondo momento, rimasi sconvolto più che dalla quantità dei libri dalla loro varietà: cucina, religioni orientali, dietologia, economia politica, fisica e astronomia, yoga, scrittura cinese, romanzi di ogni genere, manuali… Ricordo trovai due libri che mi furono utili per preparare degli esami universitari.

    L’estasi iniziale fu in parte sostituita da malinconia e riflessione quando mi trovai di fronte le prime tracce, prove che sancivano l’esistenza di persone non più presenti. Per la volontà di affittare l’appartamento, i proprietari pulirono e ripresentarono la casa nel miglior modo possibile, pertanto ovviamente non parlo di tracce riscontrabili negli oggetti del grado massimo di quotidianità come rasoi, cravatte, camicie ecc., bensì nei libri stessi. Come cimeli di civiltà scomparse, realtà scalfite dalla quotidianità, questi sono adornati da segnalibri, sottolineature, appunti in penna di lato, riferimenti in lapis a piè di pagina, dediche di amici, parenti… orecchiette. L’orecchietta alla pagina cui siamo arrivati nella lettura. Questo per me è il testimone emotivamente più provante. Il segnalibro è differente: mobile, passa da un libro all’altro, può essere messo a caso solo per evitare di perderlo, qualcuno potrebbe averlo spostato… l’orecchietta no, lei è libro. Dentro a questo vortice di libri vissuti che hanno emozionato, incuriosito, insegnato, alcuni saranno stati disprezzati, altri saranno stati consigliati ad amici, regalate copie di questi a parenti; libri che stanno in silenzio, fermi, con le copertine rigide, polverose, chiuse come vecchi portoni in legno di biblioteche dismesse, tra loro nascosti, ma esposti sugli scaffali, ce ne sono alcuni che non sono stati conclusi. E mai più potranno esserlo dalla persona che li aveva iniziati, la stessa che con cura prese con due dita l’angolo in alto della pagina, lo portò verso il centro del libro e con il pollice tracciò la piega sulla carta, così da poter riprendere la lettura da lì, un domani. Fa che non ci sia, stavolta. Fa che non ci sia l’orecchietta.

    Nel tempo, mi sono imbattuto diverse volte in questo atroce testimone, ma l’ultima è stata ancora più destabilizzante. Senza pensarci troppo, presi un libro dallo scaffale, incuriosito dal titolo e incentivato dalle dimensioni non eccessive. “L’invenzione della solitudine”, di Paul Auster. Prima di iniziare la lettura, come sono abituato a fare, scorro velocemente le pagine e tristemente ne trovo una piegata: era arrivato alla fine della prima parte, magra consolazione. Ma il vero colpo di grazia arrivò con la lettura del racconto. L’autore parla di come dovette affrontare l’improvvisa morte del padre, persona distaccata, lavoratore, amante delle serate e delle donne, ma principalmente e fondamentalmente solo. Rapporti sociali superficiali, e legami di famiglia ridotti al minimo, divorziato, solo. La prima cosa che Auster fu costretto a fare è stata sgomberare la (grande) casa dove viveva (da solo) il padre, poiché già venduta. Così ebbe modo di interfacciarsi con gli oggetti e gli spazi della più remota intimità del padre, riavvicinandosi e conoscendolo meglio tramite essi. Da qui lunghe riflessioni scritte sugli oggetti dei morti, vissuti e pronti all’utilizzo, pronti ad essere indossati, usati, ma che rimangono lì. E vola la mia testa dietro al pensiero di star leggendo queste parole dalle pagine di un libro di un defunto che io in qualche modo ho avuto l’onore di conoscere postumo, ma che lui non saprà mai a chi ha lasciato il testimone nella corsa di quel libro. Adesso è tangibile che ci sia io a scrivere e pensare come potrebbe aver fatto Leone, come fece Auster, tutti e tre intorno al fuoco delle prime settanta pagine di un libricino. In qualche modo mi sento in diritto di vedere queste mie parole lette in un futuro che non mi veda presente, e che in qualche modo possano scuotere come tutta la faccenda adesso scuote me. Allora vado un passo in avanti e faccio mia la storia, ponendomi come figlio, io figlio che da Firenze vado da mio padre, quando posso, più specificamente in quella casa nella quale vive da solo, in campagna, e che era di mio nonno… allora mio padre era figlio, e da Firenze andava a trovare suo padre in questo podere, nel quale anche lui visse da solo. E da figlio mio padre dovette affrontare la realtà materiale lasciatagli dal padre, mio nonno, assaporando le tracce, sentendone il passaggio. E da figlio anch’io dovrò farlo. E, forse, da padre anch’io dovrò lasciare.

    Cerco di riafferrare la mia mente, non voglio vada oltre ciò. Per farlo mi rimetto a leggere quella seconda parte del libro, così da ricollocare tutti i personaggi al loro posto abituale, e Auster di nuovo protagonista. La voglia di concludere questo libro mi grava sullo stomaco. Se proprio un giorno dovrò lasciarlo, non avrà orecchiette.

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  • Vecchie Abitudini

    L’aria aveva un odore salmastro i gabbiani volavano più bassi del solito, sembravano stanchi, come i suoi muscoli, Paolo stava entrando nel portone di casa sua. Era un condominio moderno, dagli angoli levigati precisi e colorati con una vernice tenue, un giallo spento che non brillava tra nessuno dei palazzoni della zona. Viveva al quinto piano, ma fortunatamente aveva un ascensore,  aveva provato a combattere la vecchiaia fino a qualche anno prima, poi si era dovuto arrendere alle polemiche della moglie:  “me mariu, nu ghe a fai ciù, ti sei diveniu vecciu”.
    Alla fine aveva accettato, non sapendo cosa lo avesse stancato di più, i rimproveri o i mormori di una carne vecchia che sentiva dentro di lui come marcia, colma di peccati e fatiche che rinnegava a sé stesso. Ma perché incolparsi alla fine?
    La casa di prima era più “antica” di lui, troppo piccola e bassa per il suo corpo robusto. Costruita per degli uomini di un altro tempo; quando c’era poca carne per crescere e si rimaneva piccoli come per risparmiare cibo. Paolo invece aveva vissuto la “trasformazione”…
    Si era rinvigorito in quegli anni lavorando sul porto, in un tempo in cui I lavoratori dello scalo erano una classe forte e rispettata, vera governatrice dela ricchezza cittadina . Tutti uniti da una complicità comune: il ricordo della povertà passata dai genitori durante la loro infanzia.
    Una situazione duratura, fino a che le cose non iniziarono a cambiare, come se a nessuno interessasse più di quel molo. La città si era girata dall’ altra parte, di povertà ce n’era più poca.Si stava bene tutti, pensavano, avevano vinto, pensavano, i soldi sono arrivati e la fame se n’è andata via ma il porto era diventato il prezzo da pagare.
    Nacquero così quelle colate di cemento tutte uguali dove vivevano ora, tutte di colori piatti e leggere agli occhi. Lui decise però di rimanere nelle case dei pescatori,prima con la moglie e poi con la figlia, avrebbe accolto il benessere per stare tranquillo ma quel mondo lo sentiva ancora come il suo.
    Fino a quando anche lui si era dovuto arrendere, la casa non andava bene, era poco pratica e la moglie faceva fatica a scendere le scale, diceva che non ce la faceva più. A lui però non sembrava, “Mari” così la chiamava, era diventata pigra, forse lo era anche sempre stata.
    Quando erano giovani andava anche bene così, lei era vivace, di buona parola persino provocante, per quanto lo potessero essere le donne di quel tempo. Manteneva comunque un buon costume, ma era figlia della “trasformazione”, ci era nata in mezzo come una figlia prediletta. Quando la vedeva di sera, al ristorante o a ballare, si sentiva bollire , la voleva come desiderava spremere quel nuovo mondo fino al midollo, prenderne il succo per sé e i suoi compagni, la sua classe veniva prima di tutto, ma quelle nuove ricchezze sarebbero state pane per i loro denti affamati. Senza pensare però al tempo,che sarebbe invecchiato, e che le buone parole della allora già moglie, sarebbero diventate chiacchiere e poi una caratteristica tutta nuova, uno sparlare continuo di  tutto e tutti, ma Paolo sperava comunque di cambiarla. Non sapendo, che non si può cambiare la borghesia, ma che al contrario è lei, col suo succo, a cambiarti da dentro, mentre dormi, non sapendo neanche perché; fai brutti sogni, fino a farne di nuovi, quando diventano abitudine e i tuoi comportamenti sono mutati, come quelli di tutti coloro che sono rimasti, camuffati nei ricordi e nei legami di una giovinezza andata.
    Per Paolo però era normale così, tutti invecchiano e tutti cambiano, era stato anche fortunato a pensarci bene. Aveva ancora i suoi amici e con Mari rimaneva un tenero affetto che li rendeva complici, la figlia e il nipote avevano aiutato poi. Si era mantenuto giovane così, perché se una figlia prima ti rende più responsabile il nipote ti mantiene vivo. Rivivi una seconda infanzia, senza la responsabilità di una creatura sulla tua testa, ma con l’ingenuità della stessa. Come se la si respirasse dalle sue risate, e per Paolo quello era stato tutto.
    Aveva accompagnato Giorgio a scuola fino alla terza media, dall’ asilo alle medie, dieci anni d’infanzia rubati alla vita. Poi ci aveva potuto rinunciare e lì era diventato vecchio sul serio. Giorgio se n’era andato, anche quelle chiacchiere d’adolescente non echeggiavano più per la casa. Stupidaggini e polemiche che lo irritavano ma che si ricordava bene. I giovani sono tutti uguali, sosteneva, strillano e urlano ai diritti e al loro futuro mancato, anche Paolo lo aveva fatto, voleva fare la rivoluzione, aveva occupato il comune per una settimana con i compagni quando Pinochet aveva fatto il golpe in Cile.          

    Ma era finita, non il periodo dello schiamazzo giovanile, ma le motivazioni dietro non erano più le stesse. Così Paolo non capiva più perché si urlasse così tanto  cosa provassero a dire i nuovi giovani. Già  faceva fatica con la figlia, anche se lei era più simile alla madre, più avvezza alle parole da bar che alle urla.
    Ma Giorgio era diverso, ripeteva a papera le parole in inglese dei giovani, ma guardava con nostalgia i tempi di Paolo.
    Senza capirci niente però, parlava di tutto senza aver fatto la fame, rinfacciando a tavola cose che non aveva vissuto, millantando una conoscenza tutta ancora da verificare ma con l’arroganza di chi pretendeva di aver vissuto.
    Quel tono faceva ribollire il sangue di Paolo c’era qualcosa, come un gas che scorreva nelle vene e le faceva formicolare. In quei momenti la prima stanchezza era assopita come dal cortisone. Riduceva il dolore rendendolo però gonfio e pesante.
    Poi Giorgio era andato via così, come Paolo dalla casa dove aveva costruito la sua famiglia, praticamente insieme, a distanza di poche settimane.
    Ora per rivivere quei momenti aspettava sempre una chiamata dal nipote, ma erano rare, aveva la sua vita distante, non ci voleva stare in quel posto vecchio  e come poteva dargli torto?
    Non era neanche più la città di Paolo, ci rimaneva per il mare e i ricordi di una vita, niente più. Il porto con cui avevano campato lui e i suoi genitori ora non era nient’altro che un ammasso di gentaglia che correva su della sabbia finta, urlando in tedesco o con un accento piemontese. Quando vedeva la gente su quella ghiaia voleva riempirsi i polmoni d’aria, come se stesse per far uscire un vento dalla bocca e poi urlare: ” chi u mâ, l’è feito de scheuggi, non  rumpitece e balle”.
    Però non lo faceva e si tratteneva, mentre vedeva Imperia diventare una bagascia.
    Così la vita era calma, quieta, come una pace assordante che non lascia scampo alla noia, una placida attesa alla morte, interrotta solo da un campanello che suonava sempre due volte al giorno, dopo pranzo e dopo cena.
    Si da il caso, che in quel momento fossero proprio le due e mezza spaccate…
    Continua

    Autore: Gri

  • Pelapatate

    Veri e propri frutti della terra, come tutta la loro famiglia, riescono a nascere e gonfiarsi di giallo dal lato opposto delle mele e delle pere senza vedere mai un mezzo fotone, checché onda o corpuscolo. Ma chi le ha mai viste, poi, venir fuori dai rami sotterranei delle verdi piante? Questa, tuttavia, è la versione ufficiale e senza improblemazioni assimilata dai molti, data per buona. Io credo, invece, che la realtà sia un’altra, o che quantomeno questa mia ipotesi debba esser presa in considerazione. Partiamo da ciò che è empiricamente certo, ossia la formazione subgiacente il terreno delle patate, poiché nessuno direbbe mai che esse provengano dall’atmosfera. Ma è proprio sul modo in cui queste si formano, là sotto, che oggi vorrei porre l’attenzione. Sappiamo, sempre empiricamente, che le cose più leggere tendono verso l’alto, salgono finché non entrano nella fascia orizzontale “delle cose parimente dense” e lì stanno. Ora, io trovo meschino e invalidante non riconoscere che una patata bell’effatta sia più pesante a parità di volume del limoso terreno dal quale la raccogliamo, perciò è del tutto inspiegabile come questa non sprofondi verso la loro fascia di densità, pena la distruzione del concetto entropico.

    Il machiavello all’inghippo è da ritrovare, come in tuttecose, nell’uso consapevole della fisica e della chimica. Prima della tesi, è necessario porre talune premesse, condizioni esistenziali per l’intero procedimento.

    La prima è che sappiamo che il centro della terra, il nucleo terrestre, è un agglomerato solido di metalli dalle temperature incredibilmente alte, tantoché, poco più esternamente, laddove la pressione è minore, troviamo immediatamente il magma fuso. Va da sé che più ci avviciniamo a queste profondità più la temperatura aumenta. La seconda premessa necessaria è che un tubero riscaldato assume una carica elettrica. L’acido ascorbico della patata si comporta ugualmente a quello solforico della pila di Volta, permettendo così il passaggio di “elettricità”. La terza e ultima premessa si trova nella polarità terrestre, è constatato difatti che all’estremo Nord troviamo il polo positivo e di Sud quello negativo. In finale, il punto. O meglio, il congiungimento dei punti sovraposti. Alla formazione terrestre hanno contribuito molti fattori, comprese e non in poccola dose le collisioni astronomiche. Ad esempio, tutto il ferro presente sul pianeta (compreso quello pompato dal nostro cuore) proviene dall’esplosione di due stelle, lontante, nel tempo e nello spazio. Allo stesso modo, le patate che possediamo e che crediamo infinite provengono da una collisione tra un pianeta formato prevalentemente da patate (che da molto tempo non esiste più) e un asteroide gigantesco. Così molte delle patate del primo corpo celeste nominato sopra vagarono nello spazio, per esser poi catturate dalle varie gravità incontrate, tra cui la nostra. Dalla formazione terrestre fino a tempi più recenti, questi corpi biondi si sono posti in uno strato sotterraneo di sole patate, tra l’astenosfera e il mantello. E qui il punto cruciale. La lunga esposizione a temperature alte nei substrati più profondi delle patate più dense, porta all’aumento di calore di queste, e, come detto prima, al consequenziale aumento di carica elettrica. Così, le patate termicamente eccitate subiscono la forza elettromagnetica dei poli terrestri, forze le quali, uguali per direzione, ma opposte per verso e, in talune parti del mondo (dove, controprova, sono “coltivate” le patate) simili per modulo, fanno sì che le patate risalgano la gravità, verso la superficie (verso il nucleo sarebbe impossibile, visto l’angolo di applicazione), lasciando posto, vicino al mantello, alle altre patate, e così via. Le patate inestrapolate dal terreno, ad avvenuto raffreddamento, ricadranno inesorabili nello strato di appartenenza, aspettando di raggiungere la giusta temperatura per ritentare l’ascesa.

    Ciò che abbiam dimostrato oggi non si ferma al provare la non rinnovabilità della patata, bensì procede in direzione della casualità della raccolta, spesso in prossimità di piante verdi e morbide attribuite al “tubero della patata” solo perché non cerchiamo mai altro che vicino queste. Si confonde la causa (e l’effetto) con il caso. Tralasciando la cosmogonia delle patate, ci terrei ad esporre una lamentela sullo spreco di queste, ogniqualvolta vogliamo cucinarle. Chi le sbuccia con il coltello si rende conto di quanta polpa getta al cassonetto? Siamo arrivati ad un punto in cui tali sprechi non possono essere più considerati tollerabili, e ritengo che la soluzione non stia nell’incrementare l’utilizzo del pelapatate, bensì nel sensibilizzarne l’assunzione con l’intera buccia, capace di diventare croccantina ed estremamente saporita.

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  • Il guidatore designato

    Ci voleva una sigaretta e un po’ d’aria, magari una canna. La musica stava diventando assordante tanto era sobrio. Tentava di farsi spazio con le mani tra i corpi che lo separavano dall’uscita ma erano imprevedibili. Si agitavano in tutte le direzioni cercando di tenere stabili gin tonic e birre, muovendosi più per la spinta di altri corpi che per vera intenzione. Era come provare ad attraversare uno stormo di uccelli, una fitta nuvola nera che si muoveva all’unisono, ma invece d’essere coordinata da un’elegante e lungamente collaudata volontà di sopravvivenza, era mossa dal suo interno, dal suo stesso disordine, dal cozzare dei corpi l’uno contro l’altro e solo sporadicamente dalla sincera iniziativa di uno dei suoi membri di muovere verso il bancone per prendere un’altra bevuta: un’onda diretta in ogni direzione. Pensò che un’onda non potesse essere affrontata con la forza senza soccombere, pensò che un’onda andasse cavalcata. Doveva sfruttarne la forza, farsi trascinare verso la porta: una direzione senza una strada, ma con tante spinte.

                Raggiunse l’uscita, si compiacque ed accese una sigaretta. Piantati ai lati della porta c’erano due buttafuori sulla cinquantina, con le facce dure, e vicino ai caloriferi a fungo c’erano piccoli gruppi di persone vestite troppo leggermente per quelle temperature. Nell’aria c’era un inconfondibile odore di vomito ma non solo. Si faceva strada un odore diverso, d’erba, e non ci volle molto perché capisse da dove veniva. Si avvicinò ad un gruppo di ragazzi con piumino e occhiali da sole. Chiese se avessero un grammetto da allungargli ma il tipo con la mista in mano disse di no. Si allontanò diretto verso una panchina in cemento appena fuori dal cancello. La musica da là diventava quasi sostenibile, quasi piacevole: colpi bassi e ovattati, come provenienti dalle profondità di un lago, che si mescolavano l’uno con l’altro in un unico morbido rumore di fondo che sembrava assorbire tutto quanto. Ogni tanto scompariva lasciando spazio ad alcuni, pochi, suoni acuti e fluidi che subito si trasformavano di nuovo in quell’unico morbido martellare, ancora più forte, per diminuire di nuovo. Fu in uno di quei momenti di quasi silenzio che si senti distintamente qualcuno che urlava – Pezzo di merda –, e subito dopo un suono secco, di ossa che si scontrano e di un corpo che colpisce il terreno. Si alzò mosse alcuni passi verso il parcheggio affianco al cancello d’entrata. Due ragazzi, uno davanti all’altro, l’uno barcollava all’indietro mentre l’altro caricava un pugno fin da dietro la schiena, lasciandoglielo cadere sulla tempia. Cadde a terra e allora si fecero avanti altre tre figure che presero a tirargli calci selvaggiamente in testa, sulla schiena, nell’addome. Animato da chissà quale forza, forse soltanto da un riflesso muscolare, la vittima fece per alzare il busto, come volesse mettersi seduto. A quel movimento ascendente ne venne incontro un altro opposto: un calcio che sembrava mosso da una rabbia antica di secoli, di quelli che si vedono soltanto in qualche gabbia ottagonale, ma senza il fascino della tecnica e dell’agonismo, soltanto rabbia, ferocia e una strana forma di piacere, di potere. La testa, colpita, si rivolse indietro come dovesse staccarsi, poi tutto il corpo la segui, accasciandosi lentamente, come un burattino a cui si taglino improvvisamente i fili. Gli aggressori stettero un’istante a guardare il loro lavoro, la contemplavano col sorriso stretto fra i denti, le braccia lievemente allargate e i corpi protesi in avanti come pronti ad una nuova carica. Guardavano quel corpo riverso per terra, con le gambe accavallate, semi distese, riverso su un fianco fino al collo, che, come fosse fatto di cera scaldata, lasciava che la nuca si appoggiasse in terra, così che gli occhi spalancati potessero guardare il cielo buio e coperto, di un nero chiazzato dal grigio delle nuvole, più chiare dove la luce fioca della luna riusciva ad insinuarsi. Il braccio destro si stendeva molle fino al ginocchio, il sinistro, rigido e tremolante, vi si sovrapponeva, e la mano, le dita, poggiavano in terra molli mostrando un lieve strato di terra sotto le unghie. Non fosse stato per il buio di quel parcheggio si sarebbero visti dei piccoli graffi dove quelle si erano piantate per permettere quell’ultimo spasmo verticale, dei piccoli solchi coi contorni sfrangiati dalla forza che subito le aveva eradicate dall’appiglio.

    La bocca era chiusa e da un’apertura del labbro inferiore un fiotto di sangue scorreva fino sulla camicia. Il bianco del cotone si mescolava al marrone chiaro del fango e al nero del sangue in un’unica macchia chiaroscura che era il petto del ragazzo. Sembrava un pettirosso precipitato dal nido, colpito nel suo cadere da un’automobile in corsa e dimenticato sull’asfalto.

    Ma il branco rimase a guardare soltanto un istante, poi qualcuno sputò su quella natura morta e si allontanarono.

                Aveva immortalato tutto. Da dietro lo stipite del cancello era riuscito ad avere una visuale discreta, con la mano appena sporta al di là della colonna e il resto di sé ben nascosto. Era nel panico, non sapeva cosa fare, ma aveva ripreso tutto. Corse di nuovo all’entrata, cercava aiuto, disse – Hanno ammazzato di botte uno, qua nel parcheggio! Venite a vedere! –.

    Autore: b.