La “fretta”

La “fretta” è una brutta bestia: condiziona chiunque, catturando la nostra mente per ore, giorni, settimane o anche più. La “fretta” ci permette però anche di sopravvivere alla criticità del mondo che ci circonda, scavalca i quesiti che ci vengono posti davanti e (nei peggiori dei casi) ci confeziona appositamente delle strade prefissate con cui interpretare le informazioni che ogni giorno ci capitano davanti. Lo so, è una banalità, una riflessione non molto approfondita, ma come molte realizzazioni non avviene con l’elaborazione degna di un saggista, quanto più con una lucidità che scandaglia un apparente ordine che costruiamo dentro di noi per filtrare quello che vediamo. Paradossalmente questa lucidità per me non è mai chiarificatrice; piuttosto si manifesta come una grande forma di caoticità che mi pone di fronte a qualcosa di difficilmente controllabile: L’immensa contraddittorietà che il mondo rappresenta per chiunque voglia farsi un’idea di esso.  

Questa sensazione è spesso travolgente, soverchiante nei casi peggiori, capace di renderci passivi ad una paura animalesca e, a volte, l’unica reazione percepibile è quella che proverebbe una preda davanti al suo predatore naturale: una fuga irrazionale, mossa da un’adrenalina difficilmente esperienziabile in contesti diversi. La grande ironia di tutto ciò è che le informazioni che muovono il nostro mondo sono visibili ovunque, ma non percepibili. La fuga è quindi impossibile (o come tale viene percepita). In questo senso la “fretta” è per molti (io in primis) una soluzione accettabile, una serie di priorità che ci mettono in moto prima ancora che questo senso d’impotenza si manifesti in una corsa destinata all’auto esaurimento.  
 
Questa mattina era per me caratterizzata da quella “fretta” di cui parlavo poc’anzi. Ho passato le prime ore del giorno ad evitare le notizie e i pensieri che spesso mi assillano, cercando una soluzione facile alla giornata. Poi le cose sono andate per il peggio e sono stato “costretto” a rimettere in ordine le mie priorità. Tutto è stato spazzato via dalle poche righe lette sotto ad un post sul profilo Instagram del vicepremier Matteo Salvini:  
 
Altro sangue innocente versato. Basta odio, basta terrorismo, basta morti. Bisogna lavorare per la liberazione degli ostaggi rapiti dai tagliagole islamici, liberare la popolazione civile di Gaza dalle sofferenze e dall’oppressione di Hamas, impegnarsi per la PACE, come sta cercando di fare anche in queste ore il presidente Trump.”  

Esprimere un’opinione sulle parole di Salvini penso sia sinceramente inutile se preso come esempio singolo. Il segretario della Lega è stato premiato il 22 luglio scorso con il premio Italia-Israele, potendosi fregiare così del titolo di “amico d’Israele” per i suoi meriti come strenuo difensore dell’immagine dello Stato Ebraico in Italia.  Le sue dichiarazioni non sono quindi una novità e s’inseriscono nella trafila di dichiarazioni faziose e incapaci della ben che minima coscienza critica che il Ministro/opinionista ha espresso sin dal 7 ottobre. Le parole di Salvini sono raffazzonate, prive di alcun tipo di analisi critica della situazione corrente in Palestina e di qualsivoglia cambiamento in atto nello scenario interno ad Israele. Sono comuni parole di denuncia, tra le tante viste oggi, accumunate da una sconcertante mancanza di qualsivoglia originalità. Nessuna spinta retorica, nessuna chiamata ad una presa di coscienza generale, neanche la più facile delle reinterpretazioni storiche usate come chiamata alle armi. Una noia, incapace perfino d’inorridirmi nella forma più becera del termine.  
 
L’elemento veramente terrorizzante in questa storia, la spinta alla lucidità di cui parlavo in precedenza, è però proprio quella mia noia. Il ribrezzo, immenso per me stesso, era accompagnato dalla profonda consapevolezza che qualsiasi commento che avrei letto a proposito dell’argomento sarebbe stato privo di alcuna novità. Ho così cercato disperatamente una prova del contrario, ma i risultati sono stati scontati: “Sono inorridita – scrive Yvette Cooper, ministra, degli Esteri del Regno Unito sul suo profilo X – per l’attacco terroristico di Gerusalemme. I miei pensieri sono per le vittime e le loro famiglie in questo momento terribile”. Johann Wadephul, ministro degli Esteri tedesco, scrive: “profondamente sconvolto dal vile attacco terroristico a Gerusalemme”.  
Così due dei maggiori rappresentanti dei governi più rilevanti (e instabili) del continente europeo esprimono sdegno davanti all’attacco terroristico avvenuto ieri a Gerusalemme.   
 
 
La storia del terrorismo in Europa e negli Stati Uniti ce lo insegna, un atto di violenza sui civili tramuta lo sdegno verso la violenza nella più comune delle barbarie, proprio perché ci tocca direttamente. La nostra sensazione di vulnerabilità diventa un facile perno retorico su cui far leva per giustificare una conseguente azione politica di risposta. Il problema è anche però un altro in questo caso, l’incapacità delle nostre classi politiche di prendere una posizione marcata nei confronti di quello che sta accadendo a Gaza. L’attacco terroristico a Gerusalemme è un ulteriore atto di violenza avvenuto su dei civili, ma che viene riportato unicamente come scusante, come velo, sotto cui nascondere l’impassibilità delle nostre classi dirigenti. Questo presunto sgomento è in primis riservato unicamente agli Israeliani, visto che le accuse verso Israele sono arrivate con il contagocce, unicamente dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato (Trump è probabilmente il presidente più filo-Israeliano della storia recente americana), risuonando quindi come una vaga (e debole) forma di protesta politica verso un alleato che non ci piace, ma contro cui possiamo fare poco, piuttosto che come un moto umano. Così la classe politica europea cerca di mantenere una parvenza d’eticità di fronte alla situazione in Medio Oriente, continuando però a tutelare i propri interessi politici ed economici verso Israele. Incapace di raccontarsi ancora come l’ala più cosciente della società contemporanea, l’Europa non agisce, travolta da una crisi identitaria e di azione che la mette di fronte alle incoerenze da sempre negate. 
 
Tutto ciò per la popolazione civile del nostro continente è chiaramente inaccettabile, poiché umanamente ci troviamo di fronte ad uno sterminio sostenuto dalle nostre stesse élite politiche. In secondo luogo, ci troviamo di fronte all’incapacità e all’irrilevanza, che le nostre istituzioni hanno sullo scenario internazionale.  
Il loro distacco dall’opinione pubblica (largamente contraria al genocidio) denota una mancanza di coraggio e di credibilità, in un sistema politico che sembra incapace di mettersi in contatto con la realtà stessa di quello che sta aiutando a causare. Così la morte di sei israeliani diventa un pretesto politico, per uno sconforto umano che ci pare semplicemente non credibile. Come possiamo credere che quell’attentato sia causa di scalpore se non ne è stato mostrato alcuno verso 80.000 palestinesi? Con quale diritto l’Occidente chiede e si vuole presentare al mondo come perno morale, se davanti all’evidenza del suo lato peggiore è anche incapace di vergognarsene? Quale pretesa di correttezza possiamo avere verso gli altri paesi, verso degli autoritarismi, se anche le democrazie compiono pulizie etniche con il sostanziale benestare dei propri alleati? 
 
Le conseguenze non saranno unicamente interne (come se ciò fosse poco), la credibilità dell’Europa anche sul piano internazionale sta venendo logorata nel tentativo di quest’ultima di salvare le sue relazioni con uno dei suoi partner commerciali e strategici più rilevanti. Un suicidio politico, che è accompagnato anche da un crollo culturale e di autorappresentazione: “Non siamo quello che ci siamo sempre raccontati di essere”. 
 

Così mi chiedo quale sarà l’eredità del nostro continente dopo queste guerre. 
L’Europa, schiacciata da un mondo in mano a potenze e a dinamiche di cui non è padrona, mentre l’opinione pubblica interna si sfascia perché mutilata di forme di rappresentazioni adeguate. Dall’inizio della guerra in Ucraina vogliamo sostenere l’importanza di difendere le democrazie dagli attacchi dell’autoritarismo, nel mentre però il termine di democrazia occidentale perde qualsiasi significato per coloro che vivono dentro questo sistema. Come possiamo difendere la democrazia all’estero se siamo incapaci di difenderla dentro i nostri stessi sistemi? Così come la guerra in Ucraina ci riguarda direttamente perché ci pone di fronte alla minacciosità del mondo circostante e al crollo di rilevanza dei nostri interessi politici, allo stesso modo il genocidio palestinese è una spada di Damocle a livello culturale e d’immagine. Lo svelamento del vero interesse dei nostri governi e la fine delle narrazioni che ne hanno strutturato l’immagine. Una crisi iniziata ben prima del 2023, ma che trova dall’altra parte del mare la sua manifestazione più tremenda. Così è per noi oggi difficile capire da chi ci dobbiamo difendere e chi invece è nostro alleato, cosa è giusto raccontarsi quando il mondo ci dimostra il contrario. 
 
Vorrei concludere dicendo che inevitabilmente il nostro rapporto con la storia e l’attualità condiziona anche la percezione di noi stessi. Perciò per quanto difficile o addirittura impossibile sembri, è necessario abbracciare la lucidità che in questo vergognoso periodo ci viene presentata. Il nostro modello è debole, il nostro modo di pensarlo ormai vecchio e la nostra popolazione altrettanto. Solamente abbracciando le difficoltà e le evidenti criticità del nostro tempo potremo trovare nuovi modi di percepirci e raccontarci al di fuori di questo profondo senso di castrazione politica e, soprattutto, umana a cui siamo stati tristemente abituati. 
 
Alla fine di questo articolo mi ritorna in mente una frase che mi fu detta circa un anno fa: “Per quanto potremo sforzarci non troveremo mai nulla di più grigio dell’animo umano”. Penso di poter dire che mai come oggi queste parole mi risuonano anacronistiche. Davanti alle contraddizioni che il mondo ci pone davanti prendere una decisione che ci sembri rilevante parrebbe impossibile. Eppure, solamente ascoltando le nostre contraddizioni interne potremo avere la capacità di agire su di noi e sulle ben più grandi e incomprensibili sfumature che la realtà ci pone di fronte. Nella speranza che l’incomprensibile non sia solamente un argine alla nostra percezione, ma uno slancio verso nuove possibilità 

Autore: P. 
 

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