Chi di voi abiti in una città turistica – potremmo quasi dire «chi di voi abita in Italia» – avrà notato la crescita esponenziale del cosiddetto turismo esperienziale. Caterve di cooking-class, degustazioni guidate, mostre immersive, workshop di ogni genere; il tutto accomunato da due elementi: i prezzi esosi e l’aggettivo «autentico», più spesso nella sua declinazione anglosassone: «authentic».
Questo lascia intendere prima di tutto che per accedere all’autenticità sia necessario farne esperienza o, più in generale, fare esperienza, cosa che sarebbe corretta, se tale esperienza fosse reale.
Da quando questa forma di turismo ha cominciato a rappresentare una grande opportunità di mercato, come sempre succede a queste latitudini, si è cominciato a produrre esperienze in serie, livellandole al ribasso su quelle che si ritengono le richieste dei turisti che, dal canto loro, non sembrano interessati a conoscere le specificità del posto che visitano, a provare qualcosa di nuovo, al contrario sembrano pretendere di trovare tutto ciò cui sono abituati.
Comunque, se è vero che la domanda nasce da un bisogno e un bisogno da una mancanza, sembra evidente che oggi fare esperienza manca o, per dirla in modo più diretto, vivere manca. Fatto piuttosto naturale in un mondo in cui tutto è mediato. Il risultato, però, non è una risposta a questo bisogno, ma il proliferare di esperienze standardizzate, tutte uguali e ugualmente false, dove il bello è tale solo se instagrammabile e dove l’unica cosa «autentica» è l’inculata che si riceve.
Tutto ciò, oltre a essere profondamente triste – come molto di ciò che è tipico di questi tempi –, impedisce di trovare qualcosa di autenticamente autentico, con gran danno dei pochi che ancora davvero viaggiano: ultimi cercatori di qualcosa che è ormai antieconomico, quindi estinto.
Autore: b.


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