Categoria: Politica

  • Il mondo della meritocrazia

    “Se ti impegni puoi fare tutto quello che vuoi!”, è la frase che ci sentiamo ripetere continuamente da mattina a sera da quando siamo piccoli, e da qui derivano tutte le consecutive logiche per cui se non ce l’hai fatta, se non ti sei realizzato, se non sei diventato “qualcuno”, è perché non c’è stato abbastanza sforzo, abbastanza fatica, abbastanza forza di volontà. In un mondo sempre in corsa, alla costante ricerca dei propri successi professionali, universitari, scolastici, e chi più ne ha più ne metta, non c’è tempo per le domande, per fermarsi e chiedersi se si sta compiendo la scelta giusta, se quel discorso fosse adeguato, – come sto? – o meglio: – come stai? – Che importa di queste domande, se hai da correre in vista di un obiettivo, prima che arrivi un altro, con più attestati, con più “competenze” di te. Questo tipo di logica ha pervaso la maggior parte dei nostri spazi d’esistenza, e ha strutturato le scelte che ogni giorno decidiamo di compiere, il modo in cui decidiamo di vivere, ciò a cui decidiamo di prestare attenzione, i rapporti che abbiamo, le nostre conversazioni. Tanto che il senso di frustrazione che è la diretta conseguenza del discorso meritocratico non ne è altro che l’esito. Il merito, il cuore del problema. Ma quand’è che siamo meritevoli di qualcosa, quali sono i criteri? Torniamo quindi alle competenze, quelle competenze specifiche che fanno la differenza nel tuo curriculum, quelle per cui prenderebbero per un eventuale lavoro te e non un altro, il tratto distintivo, quell’unicum che dovrebbe distinguerci tra una massa informe. E allora bisogna fare un ulteriore passo indietro e chiedersi da dove derivino le competenze. Il primo problema con cui ci scontriamo quotidianamente è di ordine fattivo: vediamo una continua discrepanza tra un’effettiva conoscenza: la capacità di muoversi agilmente in un determinato ambito, che è l’elemento distintivo di una competenza, e quello della legittimazione da parte di una determinata autorità a svolgere determinate funzioni, che pure è un tratto distintivo della competenza, ma che molto spesso tende a essere l’involucro, la funzione, l’attestato svuotato di quella capacità, di quella conoscenza che è la natura stessa della competenza, saper fare quella cosa specifica e saperla fare bene, muoversi con faciltà all’interno di essa. E se dunque il primo problema potremmo dire parrebbe essere di ordine puramente fattuale, il secondo ha a che fare con la possibilità della competenza o meglio rispetto alla sua fonte, alla sua origine. Per avere un certo livello formativo, per acquisire un certo tipo di preparazione e dunque di competenze adeguate, la questione dirimente è precisamente l’accesso al sapere. Tutto ha un costo e soprattutto anche la conoscenza, anche quella, prodotto tra i prodotti. Come in un grande supermercato ci muoviamo tra gli scaffali sapendo che il vino più raffinato, ad esempio, non potrà mai essere un Tavernello, costato appunto pochi euro. E allora si apre il mondo delle università private, di quelle pubbliche prestigiose, ma magari lontane da casa, in giro per l’Europa o per il mondo, del corso di lingua con tanto di attestato, dei viaggi formativi, delle esperienze di ogni tipo, fino ad arrivare all’arte, dove uno strumento costa centinaia d’euro. Il punto è che in un mondo così, non c’è spazio per il piccolo mercatino, per chi ha studiato con i mezzi che aveva non uscendo mai dal suo quartiere, per chi ha imparato a suonare senza avere basi, per chi balla senza essere mai andato a scuola di danza, per il piccolo artigiano. Quindi no, non è una questione di merito, o meglio non solo, ma di opportunità, perché per coltivare le proprie attitudini e sviluppare le proprie potenzialità servono appunto opportunità. MERITO significa essere meritevoli di un riconoscimento che viene determinato in base a criteri di EQUITÀ, tutto questo è già nella definizione del termine, eppure di equità io non ne ho mai vista nemmeno un po’.

    Autore: Ross.