Veri e propri frutti della terra, come tutta la loro famiglia, riescono a nascere e gonfiarsi di giallo dal lato opposto delle mele e delle pere senza vedere mai un mezzo fotone, checché onda o corpuscolo. Ma chi le ha mai viste, poi, venir fuori dai rami sotterranei delle verdi piante? Questa, tuttavia, è la versione ufficiale e senza improblemazioni assimilata dai molti, data per buona. Io credo, invece, che la realtà sia un’altra, o che quantomeno questa mia ipotesi debba esser presa in considerazione. Partiamo da ciò che è empiricamente certo, ossia la formazione subgiacente il terreno delle patate, poiché nessuno direbbe mai che esse provengano dall’atmosfera. Ma è proprio sul modo in cui queste si formano, là sotto, che oggi vorrei porre l’attenzione. Sappiamo, sempre empiricamente, che le cose più leggere tendono verso l’alto, salgono finché non entrano nella fascia orizzontale “delle cose parimente dense” e lì stanno. Ora, io trovo meschino e invalidante non riconoscere che una patata bell’effatta sia più pesante a parità di volume del limoso terreno dal quale la raccogliamo, perciò è del tutto inspiegabile come questa non sprofondi verso la loro fascia di densità, pena la distruzione del concetto entropico.
Il machiavello all’inghippo è da ritrovare, come in tuttecose, nell’uso consapevole della fisica e della chimica. Prima della tesi, è necessario porre talune premesse, condizioni esistenziali per l’intero procedimento.
La prima è che sappiamo che il centro della terra, il nucleo terrestre, è un agglomerato solido di metalli dalle temperature incredibilmente alte, tantoché, poco più esternamente, laddove la pressione è minore, troviamo immediatamente il magma fuso. Va da sé che più ci avviciniamo a queste profondità più la temperatura aumenta. La seconda premessa necessaria è che un tubero riscaldato assume una carica elettrica. L’acido ascorbico della patata si comporta ugualmente a quello solforico della pila di Volta, permettendo così il passaggio di “elettricità”. La terza e ultima premessa si trova nella polarità terrestre, è constatato difatti che all’estremo Nord troviamo il polo positivo e di Sud quello negativo. In finale, il punto. O meglio, il congiungimento dei punti sovraposti. Alla formazione terrestre hanno contribuito molti fattori, comprese e non in poccola dose le collisioni astronomiche. Ad esempio, tutto il ferro presente sul pianeta (compreso quello pompato dal nostro cuore) proviene dall’esplosione di due stelle, lontante, nel tempo e nello spazio. Allo stesso modo, le patate che possediamo e che crediamo infinite provengono da una collisione tra un pianeta formato prevalentemente da patate (che da molto tempo non esiste più) e un asteroide gigantesco. Così molte delle patate del primo corpo celeste nominato sopra vagarono nello spazio, per esser poi catturate dalle varie gravità incontrate, tra cui la nostra. Dalla formazione terrestre fino a tempi più recenti, questi corpi biondi si sono posti in uno strato sotterraneo di sole patate, tra l’astenosfera e il mantello. E qui il punto cruciale. La lunga esposizione a temperature alte nei substrati più profondi delle patate più dense, porta all’aumento di calore di queste, e, come detto prima, al consequenziale aumento di carica elettrica. Così, le patate termicamente eccitate subiscono la forza elettromagnetica dei poli terrestri, forze le quali, uguali per direzione, ma opposte per verso e, in talune parti del mondo (dove, controprova, sono “coltivate” le patate) simili per modulo, fanno sì che le patate risalgano la gravità, verso la superficie (verso il nucleo sarebbe impossibile, visto l’angolo di applicazione), lasciando posto, vicino al mantello, alle altre patate, e così via. Le patate inestrapolate dal terreno, ad avvenuto raffreddamento, ricadranno inesorabili nello strato di appartenenza, aspettando di raggiungere la giusta temperatura per ritentare l’ascesa.
Ciò che abbiam dimostrato oggi non si ferma al provare la non rinnovabilità della patata, bensì procede in direzione della casualità della raccolta, spesso in prossimità di piante verdi e morbide attribuite al “tubero della patata” solo perché non cerchiamo mai altro che vicino queste. Si confonde la causa (e l’effetto) con il caso. Tralasciando la cosmogonia delle patate, ci terrei ad esporre una lamentela sullo spreco di queste, ogniqualvolta vogliamo cucinarle. Chi le sbuccia con il coltello si rende conto di quanta polpa getta al cassonetto? Siamo arrivati ad un punto in cui tali sprechi non possono essere più considerati tollerabili, e ritengo che la soluzione non stia nell’incrementare l’utilizzo del pelapatate, bensì nel sensibilizzarne l’assunzione con l’intera buccia, capace di diventare croccantina ed estremamente saporita.
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