Vecchie Abitudini

L’aria aveva un odore salmastro i gabbiani volavano più bassi del solito, sembravano stanchi, come i suoi muscoli, Paolo stava entrando nel portone di casa sua. Era un condominio moderno, dagli angoli levigati precisi e colorati con una vernice tenue, un giallo spento che non brillava tra nessuno dei palazzoni della zona. Viveva al quinto piano, ma fortunatamente aveva un ascensore,  aveva provato a combattere la vecchiaia fino a qualche anno prima, poi si era dovuto arrendere alle polemiche della moglie:  “me mariu, nu ghe a fai ciù, ti sei diveniu vecciu”.
Alla fine aveva accettato, non sapendo cosa lo avesse stancato di più, i rimproveri o i mormori di una carne vecchia che sentiva dentro di lui come marcia, colma di peccati e fatiche che rinnegava a sé stesso. Ma perché incolparsi alla fine?
La casa di prima era più “antica” di lui, troppo piccola e bassa per il suo corpo robusto. Costruita per degli uomini di un altro tempo; quando c’era poca carne per crescere e si rimaneva piccoli come per risparmiare cibo. Paolo invece aveva vissuto la “trasformazione”…
Si era rinvigorito in quegli anni lavorando sul porto, in un tempo in cui I lavoratori dello scalo erano una classe forte e rispettata, vera governatrice dela ricchezza cittadina . Tutti uniti da una complicità comune: il ricordo della povertà passata dai genitori durante la loro infanzia.
Una situazione duratura, fino a che le cose non iniziarono a cambiare, come se a nessuno interessasse più di quel molo. La città si era girata dall’ altra parte, di povertà ce n’era più poca.Si stava bene tutti, pensavano, avevano vinto, pensavano, i soldi sono arrivati e la fame se n’è andata via ma il porto era diventato il prezzo da pagare.
Nacquero così quelle colate di cemento tutte uguali dove vivevano ora, tutte di colori piatti e leggere agli occhi. Lui decise però di rimanere nelle case dei pescatori,prima con la moglie e poi con la figlia, avrebbe accolto il benessere per stare tranquillo ma quel mondo lo sentiva ancora come il suo.
Fino a quando anche lui si era dovuto arrendere, la casa non andava bene, era poco pratica e la moglie faceva fatica a scendere le scale, diceva che non ce la faceva più. A lui però non sembrava, “Mari” così la chiamava, era diventata pigra, forse lo era anche sempre stata.
Quando erano giovani andava anche bene così, lei era vivace, di buona parola persino provocante, per quanto lo potessero essere le donne di quel tempo. Manteneva comunque un buon costume, ma era figlia della “trasformazione”, ci era nata in mezzo come una figlia prediletta. Quando la vedeva di sera, al ristorante o a ballare, si sentiva bollire , la voleva come desiderava spremere quel nuovo mondo fino al midollo, prenderne il succo per sé e i suoi compagni, la sua classe veniva prima di tutto, ma quelle nuove ricchezze sarebbero state pane per i loro denti affamati. Senza pensare però al tempo,che sarebbe invecchiato, e che le buone parole della allora già moglie, sarebbero diventate chiacchiere e poi una caratteristica tutta nuova, uno sparlare continuo di  tutto e tutti, ma Paolo sperava comunque di cambiarla. Non sapendo, che non si può cambiare la borghesia, ma che al contrario è lei, col suo succo, a cambiarti da dentro, mentre dormi, non sapendo neanche perché; fai brutti sogni, fino a farne di nuovi, quando diventano abitudine e i tuoi comportamenti sono mutati, come quelli di tutti coloro che sono rimasti, camuffati nei ricordi e nei legami di una giovinezza andata.
Per Paolo però era normale così, tutti invecchiano e tutti cambiano, era stato anche fortunato a pensarci bene. Aveva ancora i suoi amici e con Mari rimaneva un tenero affetto che li rendeva complici, la figlia e il nipote avevano aiutato poi. Si era mantenuto giovane così, perché se una figlia prima ti rende più responsabile il nipote ti mantiene vivo. Rivivi una seconda infanzia, senza la responsabilità di una creatura sulla tua testa, ma con l’ingenuità della stessa. Come se la si respirasse dalle sue risate, e per Paolo quello era stato tutto.
Aveva accompagnato Giorgio a scuola fino alla terza media, dall’ asilo alle medie, dieci anni d’infanzia rubati alla vita. Poi ci aveva potuto rinunciare e lì era diventato vecchio sul serio. Giorgio se n’era andato, anche quelle chiacchiere d’adolescente non echeggiavano più per la casa. Stupidaggini e polemiche che lo irritavano ma che si ricordava bene. I giovani sono tutti uguali, sosteneva, strillano e urlano ai diritti e al loro futuro mancato, anche Paolo lo aveva fatto, voleva fare la rivoluzione, aveva occupato il comune per una settimana con i compagni quando Pinochet aveva fatto il golpe in Cile.          

Ma era finita, non il periodo dello schiamazzo giovanile, ma le motivazioni dietro non erano più le stesse. Così Paolo non capiva più perché si urlasse così tanto  cosa provassero a dire i nuovi giovani. Già  faceva fatica con la figlia, anche se lei era più simile alla madre, più avvezza alle parole da bar che alle urla.
Ma Giorgio era diverso, ripeteva a papera le parole in inglese dei giovani, ma guardava con nostalgia i tempi di Paolo.
Senza capirci niente però, parlava di tutto senza aver fatto la fame, rinfacciando a tavola cose che non aveva vissuto, millantando una conoscenza tutta ancora da verificare ma con l’arroganza di chi pretendeva di aver vissuto.
Quel tono faceva ribollire il sangue di Paolo c’era qualcosa, come un gas che scorreva nelle vene e le faceva formicolare. In quei momenti la prima stanchezza era assopita come dal cortisone. Riduceva il dolore rendendolo però gonfio e pesante.
Poi Giorgio era andato via così, come Paolo dalla casa dove aveva costruito la sua famiglia, praticamente insieme, a distanza di poche settimane.
Ora per rivivere quei momenti aspettava sempre una chiamata dal nipote, ma erano rare, aveva la sua vita distante, non ci voleva stare in quel posto vecchio  e come poteva dargli torto?
Non era neanche più la città di Paolo, ci rimaneva per il mare e i ricordi di una vita, niente più. Il porto con cui avevano campato lui e i suoi genitori ora non era nient’altro che un ammasso di gentaglia che correva su della sabbia finta, urlando in tedesco o con un accento piemontese. Quando vedeva la gente su quella ghiaia voleva riempirsi i polmoni d’aria, come se stesse per far uscire un vento dalla bocca e poi urlare: ” chi u mâ, l’è feito de scheuggi, non  rumpitece e balle”.
Però non lo faceva e si tratteneva, mentre vedeva Imperia diventare una bagascia.
Così la vita era calma, quieta, come una pace assordante che non lascia scampo alla noia, una placida attesa alla morte, interrotta solo da un campanello che suonava sempre due volte al giorno, dopo pranzo e dopo cena.
Si da il caso, che in quel momento fossero proprio le due e mezza spaccate…
Continua

Autore: Gri

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