Fa che non ci sia, stavolta. Fa che non ci sia. Non riesco a non pensarci ogni volta che, nelle molte giornate vuote, tiepide, negli ultimi due anni, mi metto a cercare un libro nella casa in cui sono in affitto. Splendida posizione sotto molti punti di vista, ma è la sua realtà di casa in quanto casa a renderla davvero speciale. Ogni camera ha un tema cromatico, lo si vede nelle pareti, accompagnate dall’arredo, e da particolari che vanno oltre la funzionalità dei mobili: i quadri dipinti. Sono due, uno per camera, e riprendono i colori delle rispettive stanze, persino con la cornice. Leo Prina ’68, la firma ben leggibile dell’autore riportata in bianco nell’angolo in basso a destra del quadro in camera mia. Rosso e nero i colori dominanti, esattamente come il comodino, la cassettiera, le pareti. Pur essendo di grandi dimensioni, rappresenta piccole silhouette di uomini e carri, messi in fila, alle pendici di un monte. Ma il vero protagonista dell’opera è il cielo: rosso incandescente, arancione in alcuni punti, fino a diventare giallo in una macchia che sbuca in parte da dietro il monte; pennellate molto spesse, sarebbe bello toccarle, posarci la mano e farla scorrere tra i rilievi di colore, come Leone fece col pennello per dare loro esistenza. Il Signor Leone è più che l’autore del quadro, però. Leone fu il proprietario dell’appartamento fino a quattro anni fa, quando questo passò ai figli dopo la sua morte.
Dev’essere stata una personalità eccentrica, esoterica, mai sazia di sapere, di nozioni pratiche e metafisiche. Un salotto pieno di orologi, cornici splendide, anche per il televisore. Quadri, stampe, edizioni speciali di libri, set di tazzine, una cura razionale ed estetica per ogni parte della casa. Comodità, attrezzi, spazi ben gestiti e valorizzati al meglio, importante per una casa non molto grande come questa. Ricordo che la prima cosa che tolsi da camera sua fu una lampada di marmo a forma di elefante, a seguire la testata del letto: un arabesco di legno verniciato d’oro. Erano troppo per me. Tuttavia, la cosa che più mi rese felice al tempo e che ancora mi regala gioie fu ed è la quantità di libri lasciata dal proprietario in casa mia. Pensando di recare qualche disturbo, sentì il bisogno di giustificarsi dicendo che ne aveva già tolti moltissimi e non sapeva più dove mettere i restanti. Credo di avergli fatto capire molto velocemente che non era un problema.
Da subito mi misi a cercare, spulciare, toccare tra le librerie della casa, due nel corridoio e una ad angolo nella sala, come al mercatino dell’usato. Quante cose… in questo secondo momento, rimasi sconvolto più che dalla quantità dei libri dalla loro varietà: cucina, religioni orientali, dietologia, economia politica, fisica e astronomia, yoga, scrittura cinese, romanzi di ogni genere, manuali… Ricordo trovai due libri che mi furono utili per preparare degli esami universitari.
L’estasi iniziale fu in parte sostituita da malinconia e riflessione quando mi trovai di fronte le prime tracce, prove che sancivano l’esistenza di persone non più presenti. Per la volontà di affittare l’appartamento, i proprietari pulirono e ripresentarono la casa nel miglior modo possibile, pertanto ovviamente non parlo di tracce riscontrabili negli oggetti del grado massimo di quotidianità come rasoi, cravatte, camicie ecc., bensì nei libri stessi. Come cimeli di civiltà scomparse, realtà scalfite dalla quotidianità, questi sono adornati da segnalibri, sottolineature, appunti in penna di lato, riferimenti in lapis a piè di pagina, dediche di amici, parenti… orecchiette. L’orecchietta alla pagina cui siamo arrivati nella lettura. Questo per me è il testimone emotivamente più provante. Il segnalibro è differente: mobile, passa da un libro all’altro, può essere messo a caso solo per evitare di perderlo, qualcuno potrebbe averlo spostato… l’orecchietta no, lei è libro. Dentro a questo vortice di libri vissuti che hanno emozionato, incuriosito, insegnato, alcuni saranno stati disprezzati, altri saranno stati consigliati ad amici, regalate copie di questi a parenti; libri che stanno in silenzio, fermi, con le copertine rigide, polverose, chiuse come vecchi portoni in legno di biblioteche dismesse, tra loro nascosti, ma esposti sugli scaffali, ce ne sono alcuni che non sono stati conclusi. E mai più potranno esserlo dalla persona che li aveva iniziati, la stessa che con cura prese con due dita l’angolo in alto della pagina, lo portò verso il centro del libro e con il pollice tracciò la piega sulla carta, così da poter riprendere la lettura da lì, un domani. Fa che non ci sia, stavolta. Fa che non ci sia l’orecchietta.
Nel tempo, mi sono imbattuto diverse volte in questo atroce testimone, ma l’ultima è stata ancora più destabilizzante. Senza pensarci troppo, presi un libro dallo scaffale, incuriosito dal titolo e incentivato dalle dimensioni non eccessive. “L’invenzione della solitudine”, di Paul Auster. Prima di iniziare la lettura, come sono abituato a fare, scorro velocemente le pagine e tristemente ne trovo una piegata: era arrivato alla fine della prima parte, magra consolazione. Ma il vero colpo di grazia arrivò con la lettura del racconto. L’autore parla di come dovette affrontare l’improvvisa morte del padre, persona distaccata, lavoratore, amante delle serate e delle donne, ma principalmente e fondamentalmente solo. Rapporti sociali superficiali, e legami di famiglia ridotti al minimo, divorziato, solo. La prima cosa che Auster fu costretto a fare è stata sgomberare la (grande) casa dove viveva (da solo) il padre, poiché già venduta. Così ebbe modo di interfacciarsi con gli oggetti e gli spazi della più remota intimità del padre, riavvicinandosi e conoscendolo meglio tramite essi. Da qui lunghe riflessioni scritte sugli oggetti dei morti, vissuti e pronti all’utilizzo, pronti ad essere indossati, usati, ma che rimangono lì. E vola la mia testa dietro al pensiero di star leggendo queste parole dalle pagine di un libro di un defunto che io in qualche modo ho avuto l’onore di conoscere postumo, ma che lui non saprà mai a chi ha lasciato il testimone nella corsa di quel libro. Adesso è tangibile che ci sia io a scrivere e pensare come potrebbe aver fatto Leone, come fece Auster, tutti e tre intorno al fuoco delle prime settanta pagine di un libricino. In qualche modo mi sento in diritto di vedere queste mie parole lette in un futuro che non mi veda presente, e che in qualche modo possano scuotere come tutta la faccenda adesso scuote me. Allora vado un passo in avanti e faccio mia la storia, ponendomi come figlio, io figlio che da Firenze vado da mio padre, quando posso, più specificamente in quella casa nella quale vive da solo, in campagna, e che era di mio nonno… allora mio padre era figlio, e da Firenze andava a trovare suo padre in questo podere, nel quale anche lui visse da solo. E da figlio mio padre dovette affrontare la realtà materiale lasciatagli dal padre, mio nonno, assaporando le tracce, sentendone il passaggio. E da figlio anch’io dovrò farlo. E, forse, da padre anch’io dovrò lasciare.
Cerco di riafferrare la mia mente, non voglio vada oltre ciò. Per farlo mi rimetto a leggere quella seconda parte del libro, così da ricollocare tutti i personaggi al loro posto abituale, e Auster di nuovo protagonista. La voglia di concludere questo libro mi grava sullo stomaco. Se proprio un giorno dovrò lasciarlo, non avrà orecchiette.
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