Carlo

Stavamo seduti ai tavolini di un chioschetto nel parco davanti all’ufficio: prezzi economici, cibo accettabile, un po’ di verde e un caffè quasi italiano. Presi la mia solita tosta mista, com manteiga naturalmente, lui aveva la sua insalatona del Continente, con feta. Ne mangiò circa quattro bocconi poi si immerse nel suo cellulare. Non sapevo bene che idea farmi di quell’individuo. Credo fosse stato assunto da non più di due settimane, sicuramente io non lo avevo mai percepito prima che ci assegnassero allo stesso progetto, perciò eravamo a pranzo insieme.

            Scorreva col pollice sullo schermo del telefono e ridacchiava a voce alta come a dire: «Forza, chiedimi che sto guardando». Cercavo di concentrarmi sul mio toast per non cedere a quell’odiosa richiesta di attenzione.

«Che guardi?» chiesi.

«La mia compagna mi manda le foto dolci del nostro piccino» disse quasi in baby talk e facendo gli occhioni.

«Ma bellino, quanti anni ha?»

«Tre, è piccolino lui» e continuava a fare smorfie allo schermo.

«Eh, si. Il mio ne ha sette, ma ci sono passato. E come si chiama?»

«Carlo, e il tuo?» chiese perdendo interesse.

«Pedro» risposi «mia moglie è portoghese».

Rise di questa mia giustificazione per chiudere il discorso, poi si avvicinò a me come avesse dovuto confidarmi un segreto, e invece domandò: «Ma tu come ti organizzi per uscire con gli amici, avete qualcuno a cui lasciarlo o lo portate?». Non so se fossi pronto ad una simile domanda, ma dissi: «Ma, ci sono i nonni, però cerchiamo il più possibile di portarlo. Magari andiamo in un chioschetto come questo qua, col parco, che qualche amico lo trova sempre».

«Si, di solito facciamo così anche noi. Ma ad esempio la scorsa settimana eravamo su al Jardim da Estrela e sono dovuto andar via perché non c’era nessuno con cui farlo giocare». Questo mi lasciò un po’ di stucco, dissi: «Mi è capitato, ma cerco di non essere tanto drastico. Lo teniamo li con noi, altrimenti gioca un po’ da solo, adora l’altalena ad esempio». «L’altalena!» ripeté ridendo di pancia, «No, no, niente altalena per il mio» rise di nuovo, «No, no, il mio ha bisogno di compagnia, già passa tanto tempo in casa, sennò mi si deprime», poi aggiunse: «Mentre i vaccini?». «In che senso?» chiesi preoccupato per la strada che stavamo per imboccare. «Glie li hai fatti tutti o solo quelli obbligatori? Io tutti, anche l’antinfluenzale. Non si sa mai cosa tocchino, cosa mettano in bocca. Possono anche morirci sai!». Quest’ultima frase la pronunciò con entrambe le mani appoggiate sul tavolo, come volesse alzarsi, tutto incurvato verso di me, completamente trascinato. «Due volte a settimana gli do una crema defaticante per le gambe, altrimenti il tanto correre alla lunga glie le consuma», continuava in quello stato quasi di trance «mentre non sono un fun dei cibi per l’equilibrio intestinale, vai a sapere cosa ci mettono. Poi ecco, se si sente male lo capisce da solo e mangia magari un po’ d’erba».

Dal suo inizio quello sproloquio mi lasciava un po’ perplesso, ma dopo quest’ultima osservazione avevo perso completamente le coordinate del discorso. Ma non aveva ancora finito e chiese: «Non te l’ho ancora chiesto, ma il tuo di che razza è?»

Autore: B.

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