Apro gli occhi. Mi alzo e il mondo, da cosmo rotondo e affascinante, dal movimento vorticoso e avvolgente, quale è quando sono sdraiato e, cogitabondo, medito i miei pensieri adagiato sulla soglia liminale del salto fra la veglia e il so(g/n)no, ritorna ad essere incarcerato nella solita, marcescente inquadratura orizzontale, piatta, immobile, impregnata di tutto il peso della gravità newtoniana. Oggi non mi accompagna neanche lo slancio verticale dell’occhio: quello tanto evidente quando si è in contemplazione di fronte a una cattedrale gotica, ma che c’è in realtà ogni volta che ci si trova in un posto nuovo e significativo, o che si ritorna a guardare con stupore qualcosa di già ben noto, e che fa librare verso altezze proibite.
La luce metallica della mattina, imbevuta di tutto il grigiore delle nuvole che mi separano dal sole, mi colpisce e mi stordisce. Rifaccio il letto, con la stessa cura di un bravo soldatino in attesa di ricevere dal suo capo una gratificazione che non arriverà mai. Ingurgito in meno di cinque secondi il solito latte, nella solita tazza, scaldato alla solita temperatura. Oggi, come spesso accade, nel microonde gli ha fatto compagnia una tazzina del caffè di ieri, perché non si butta via niente, non ce lo possiamo permettere. E poi qualche miseranda creatura schiavizzata in Africa o in Brasile avrà subito le pene dell’inferno per raccogliere quei chicchi che io ritrovo macinati, in una bustina multicolore, disposta in bella vista nello scaffale del supermercato a quattrocento metri da casa: di tutto ho bisogno in una giornata così, meno che della responsabilità morale di aver sprecato qualcosa che è costato caro a un poveraccio, magari più piccolo di me o più anziano dei miei genitori. Via dentro anche il caffè della vigilia, allora. Per lo meno qualche giorno fa ho avuto il guizzo di sostituire nella lista della spesa i cereali estivi con i più invernali biscotti al cioccolato, ora che siamo a dicembre. Ma il sapore di fabbrica rimane, così come rimane ineluttabilmente costante il loro numero: cinque, non uno di più e non uno di meno. La consapevolezza intuitiva di quando e quanto avessi fame è andata persa nell’esatto momento in cui sono diventato il responsabile delle entità che abitavano il mio frigorifero e la mia dispensa, istante da cui non si torna più indietro.
Mi impiastriccio la bocca con un dentifricio il cui odore sevizia le mie narici, ed arriva così il secondo diretto in pieno volto, dopo quello della alzata delle serrande. Il mio viso è trasfigurato. Non ho tempo per pensarci: in fondo chi sono io e che presunzione dovrei avere per rivendicare un diritto alla spontaneità in un mondo che procede così speditamente e implacabilmente in marcia verso il progresso, che nel realizzare ciò mi include tra i figli prediletti delle sue regioni più raffinate e sofisticate come farebbe la più benevola delle madri e che, in cambio, mi chiede appena obbedienza e tempestività? Il primo corso della giornata inizia fra quaranta minuti e non mi è concessa possibilità alcuna di perdermi in pensieri su mondi alternativi possibili, in cui l’igiene dentale non implichi violenze ai danni del proprio apparato sensoriale e sangue sputato dalle gengive. Lavo il mio corpo con movimenti macchinici, che le mie braccia ripetono a memoria e che sono a tratti indistinguibili da quelli con cui, poco dopo, lavo la tazza e la tazzina da cui ho tracannato i liquidi che dovranno sostentarmi fino al pranzo. Infilo celermente qualcosa di adatto alle basse temperature e all’aria umida, appropriatesi ormai di tutto ciò che è rimasto aldilà della mia finestra, e mantengo la concentrazione rivolta ad evitare accostamenti di colori di cattivo gusto: la Francia mi avrà pur insegnato qualcosa.
Zaino in spalla e scarpe ai piedi, è l’ora. Varco l’uscio di casa, non prima di aver rivolto, con la medesima voce degli annunci alla stazione dei treni, l’augurio di buona giornata alle mie coinquiline, le quali ricambiano con il tono dell’assistente vocale di Huawei. Tutto è esattamente così come dev’essere; ogni singola cosa è al suo posto; io sono precisamente dove e come si suppone che sia. Cosa mai potrà andare storto?
Autore: 60


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