23 Croce a Varliano

Era tardi. Non sapeva esattamente a che ore sarebbe passato l’autobus, ma era sicuro del fatto che avrebbe dovuto correre – come tutte le altre mattine – per arrivare in tempo alla fermata. Indossati i jeans, infilata la maglietta, la felpa, la giacca e calzati gli scarponi uscì di casa.
Mentre tastava tutte le possibili tasche tra pantaloni e giacca, si tirò dietro la porta, così da poter dire: “ormai, anche se non ce l’ho, è andata”. Allora, attraversò tutto il pianerottolo e giunto sul ciglio invalicabile del primo gradino, esattamante sull’orlo di una discesa che – lo sapeva bene – sarebbe stata inarrestabile, si piantò.
“Cazzo. Il portafogli.”
Analizziamo: non aveva nessuna spesa programmata per quel giorno, né necessità certa di mostrare documenti a qualcuno, in qualche ufficio. Ma una cosa importante c’era, dentro quel portafogli. L’abbonamento.
Cercò e trovò le chiavi, aprì, entrò, lo prese, riuscì, richiuse.
Così, scese le scale due gradini alla volta, aprì il portone e si ritrovò nel Viale. Andando verso la fermata, vide, fermo al semaforo sul ponte, il 23. Doveva correre. Sapeva che poteva farcela. Lui, a piedi – a corsa -, doveva percorrere “l’ipotenusa via Ponte all’Asse”, per altro in discesa; l’autobus, invece, doveva ruzzolare per “i due cateti” via Targioni Tozzetti e parte di via Maragliano, probabilmente incontrando qualche precedenza da concedere.
Andò tutto secondo i piani. Girò l’angolo e vide per intero il mezzo, alla fermata, con la gente intenta a salirci. Fece un ultimo scatto, un cenno con la mano e giunse davanti la porta, la quale, indifferente all’incredulo, si chiuse.
Non è possibile, pensò. L’autobus ripartì, girò per un quarto la Fiorenza e giù per via Cristofori, davanti al Faraone.
Lo guardò andarsene, ancora alla fermata, ripensando al volto dell’autista che lo aveva ignorato. Ebbene sì, ignorato, ne era certo, aveva visto la coda dell’occhio guardarlo, per poi dissolversi nel rumore del motore.Tornò a casa, in silenzio, con calma; non aveva senso aspettare il prossimo.
Il dì seguente suonò la sveglia, venti minuti prima del solito. Ancora non si era sbollito del tutto, rimuginava. Mentre l’uovo cuoceva, metteva su il caffè, senza pensarci, in automatico, in silenzio. Forse, pensava, il giorno prima, dopo l’episodio del bus, non aveva detto nemmeno una parola. Anche se viveva solo, nella sua tana qualche discorso lo faceva. Più o meno sensati che fossero lo aiutavano a non impazzire, si diceva.
Comunque, continuò il silenzio e si vestì e uscì di casa con una calma ansiògena, come se stesse preparando sé stesso ad affrontare qualcosa, solennemente.
Quando arrivò l’autobus, il 23, era già alla fermata e da 10 minuti pensava in silenzio.
Salì rispettando la fila e cercando di capire chi fosse l’autista: era lui. I rispettivi sguardi si incrociarono, ma questi lo distolse per primo rapidamente, ignorandolo.
Ce n’erano di posti per sedersi, nonostante ciò decise di restare in piedi, ritto in fronte al parabrezza, tra posto di guida e porta, in silenzio. L’autobus ripartì, fece un quarto di Fiorenza e andò giù per via Cristofori, girò l’angolo e poco dopo aver imboccato via Benedetto Marcello rallentò fino alla fermata richiesta dai passeggeri.
Automaticamente, il conducente guardò nello specchietto retrovisore e premé il pulsante per aprire la porta posteriore. Sceso chi doveva scendere, chiuse e ripartirono.
“Allora,” – disse ironicamente – “sei tu che apri e chiudi le porte”. L’autista non rispose, sapeva a cosa si riferiva. “Lo sai?”- continuò – “hai un potere grande su quel dito. Sì, perché vedi: puoi decidere, anche se non te ne importa niente, se far salire qualcuno o no. Beh, la gente che sale nulla di strano, la porti fin dove voglion loro, escono, arrivederci e grazie. Ma chi non sale? Chi non sale, non smette di esistere dopo che tu giri l’angolo. No, no, sai? Possono mandare a puttane un’intera giornata, solo perché hai pigiato un pulsante un istante in anticipo”.
L’accusato l’aveva visto l’elefante nella stanza, ma non pensava sarebbe arrivato a tanto. “Ascolta,” – rispose incerto – “sto lavorando, lavoro tutti i giorni e mi vuoi venire a dare la colpa a me. C’è tanto di male nel mondo, io faccio solo il mio”.
“Esatto.” – ribatté – “Fai nient’altro che il tuo, e ti giri dall’altra parte se hai la possibilità di ridurre un po’ di quel《tanto di male nel mondo》”.
Alcuni dei presenti cominciarono ad ascoltare, ma la maggioranza era indifferente.
“Non costa nulla” – riprese – “dire un《grazie》o un《per favore》, salutare, cedere il passo su di un marciapiede stretto, sorridere a chi si incrocia… nemmeno premere un pulsante.”
Il borbottio accompagnato da una microespressione quasi impercettibile del conducente fece passare un sentimento non di rammarico, ma forse di ripensamento. Fatto fu che non rispose.
Non poté sopportare altra insofferenza. Alzò la voce e continuò a dirgli che invece di lamentarci di come va il mondo, si poteva essere parte del cambiamento, anche nel nostro piccolo, che il vero male in questo mondo è l’indifferenza.
“Ed è colpa di ognuno di voi se -” una mano, secca e fredda, lo interruppe toccandogli la spalla. Si girò e vide che la mano era attaccata a un braccio e il braccio al corpo di un uomo altrettanto secco e freddo, basso, con pochi capelli, una mascherina accartocciata sulla bocca, ma non sul naso, e con degli occhiali storti. “Biglietto o abbonamento, prego” – disse.
Si tastò la tasca, e pietrificò. “Cazzo. Il portafogli”.

Autore: Fil.

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