Prima o poi succede a tutti. Un giorno decido di cucinarmi il pranzo, magari con degli avanzi sparsi tra frigo e stipetto, senza nessuna pretesa diversa dal riempirmi la pancia nella maniera più rapida ed economica possibile. Allora mi metto a scubettare la cipolla e la carota, oppure a grattugiare il pecorino (o il parmigiano, se sono in portogallo), a spremere il limone, o ancora comincio a pelare le patate o a tagliare il petto di pollo a filetti. E, come ho detto, prima o poi succede a tutti. Che in quel pranzo così sprecato, casuale e irrilevante, in un qualunque giovedì di novembre, tutto sembra allinearsi ed incastrarsi alla perfezione.
Non so se sono i tuorli delle uova che hanno un arancione intenso mai visto prima, o l’arancia che a tagliarla in due ha profumato tutta la casa, oppure il mix di spezie per la zuppa che mi è uscito perfetto, o ancora il guanciale (o la pancetta affumicata, se sono in portogallo) che in padella ha fatto la crosticina perfetta, sta di fatto che quel piatto non mi è mai, mai uscito così bene. E allora sto lì, quasi infastidita, a mangiare in mutande, da sola e in silenzio sulla tavola sparecchiata della cucina. A ogni boccone mi chiedo cosa sia andato dritto stavolta, e perché non fossi mai riuscita a raggiungere questo livello di squisitezza. E poi, perché? Perché proprio oggi?
Ripenso attentamente alla provenienza e allo stato degli ingredienti nel momento in cui li hai usati. Allora mi segno tutto, la marca e la taglia delle uova, il livello di maturazione delle zucchine, così la prossima volta troverò i tuorli della stessa tinta, la mela della stessa dolcezza, la medesima morbidezza delle cosce di pollo. Annoto sul telefono I minuti esatti che ho impiegato per dare quella brasatura perfetta alle patate. Se ho trovato la ricetta perfetta devo assolutamente cucinarla ai miei amici. Allora faccio passare qualche giorno, e nella mia testa ripasso il procedimento mille volte. Tempo di cottura, padelle che ho usato, quantità di sale, olio, acqua, tutto. Pianifico esattamente il giro che dovrò fare per comprare ogni ingrediente nel supermercato giusto, della marca corretta.
Rovescio la borsa della spesa sul bancone della cucina. Ogni ingrediente è così come me lo ricordavo. Allora li sistemo tutti, mi tiro su le maniche, prendo il tagliere, il coltello, il piatto fondo, il passino, e comincio. E cominciando, me ne accorgo. Me ne accorgo quando apro il primo uovo, quando taglio la prima arancia, quando verso l’acqua per il brodo. Non è lo stesso. Il colore del tuorlo, il profumo del sedano, il rapporto tra il curry e la paprika. Non è cambiato nulla dall’ultima volta, eppure è cambiato tutto. E io sto li, in piedi davanti al lavandino, e non so se scrollarmi di dosso queste assurdità o se scoppiare a piangere. Con chi posso mai prendermela per una cosa del genere? Non è certo colpa del signor contadino se il tuorlo è un paio di tonalità più pallido rispetto a quelli della settimana scorsa, non è colpa del macellaio se le cosce di pollo non sono altrettanto morbide, e non posso certo scomodare l’universo per questa sciocchezza. Il campanello suona e i primi ospiti arrivano. Tutti annusano l’aria della cucina, “che profumino” dicono. Io continuo a tagliare, schiacciare, grattugiare e mescolare, e vorrei tanto tornare a quel pranzo di quell’insignificante giovedì. Servo il piatto ai miei amici, e loro lo mangiano di gusto. Mi fanno tutti i complimenti: “è la cosa più buona che ho mai mangiato” “ma come lo fai?” “Devi passarmi la ricetta, ti prego”. Non possono capire. Io sorrido e inforco ogni insipido boccone, maledicendone ogni singolo ingrediente.
Ed è così che solo io e gli ingredienti avanzati quel mattino custodiamo quel segreto, consumato immediatamente. I miei ospiti si leccano i baffi, svuotano i bicchieri e se ne vanno, lasciandomi sola col mio segreto e gli avanzi. Li ripongo in frigo, domani li userò per il pranzo.
Autrice: A.


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