Ci voleva una sigaretta e un po’ d’aria, magari una canna. La musica stava diventando assordante tanto era sobrio. Tentava di farsi spazio con le mani tra i corpi che lo separavano dall’uscita ma erano imprevedibili. Si agitavano in tutte le direzioni cercando di tenere stabili gin tonic e birre, muovendosi più per la spinta di altri corpi che per vera intenzione. Era come provare ad attraversare uno stormo di uccelli, una fitta nuvola nera che si muoveva all’unisono, ma invece d’essere coordinata da un’elegante e lungamente collaudata volontà di sopravvivenza, era mossa dal suo interno, dal suo stesso disordine, dal cozzare dei corpi l’uno contro l’altro e solo sporadicamente dalla sincera iniziativa di uno dei suoi membri di muovere verso il bancone per prendere un’altra bevuta: un’onda diretta in ogni direzione. Pensò che un’onda non potesse essere affrontata con la forza senza soccombere, pensò che un’onda andasse cavalcata. Doveva sfruttarne la forza, farsi trascinare verso la porta: una direzione senza una strada, ma con tante spinte.
Raggiunse l’uscita, si compiacque ed accese una sigaretta. Piantati ai lati della porta c’erano due buttafuori sulla cinquantina, con le facce dure, e vicino ai caloriferi a fungo c’erano piccoli gruppi di persone vestite troppo leggermente per quelle temperature. Nell’aria c’era un inconfondibile odore di vomito ma non solo. Si faceva strada un odore diverso, d’erba, e non ci volle molto perché capisse da dove veniva. Si avvicinò ad un gruppo di ragazzi con piumino e occhiali da sole. Chiese se avessero un grammetto da allungargli ma il tipo con la mista in mano disse di no. Si allontanò diretto verso una panchina in cemento appena fuori dal cancello. La musica da là diventava quasi sostenibile, quasi piacevole: colpi bassi e ovattati, come provenienti dalle profondità di un lago, che si mescolavano l’uno con l’altro in un unico morbido rumore di fondo che sembrava assorbire tutto quanto. Ogni tanto scompariva lasciando spazio ad alcuni, pochi, suoni acuti e fluidi che subito si trasformavano di nuovo in quell’unico morbido martellare, ancora più forte, per diminuire di nuovo. Fu in uno di quei momenti di quasi silenzio che si senti distintamente qualcuno che urlava – Pezzo di merda –, e subito dopo un suono secco, di ossa che si scontrano e di un corpo che colpisce il terreno. Si alzò mosse alcuni passi verso il parcheggio affianco al cancello d’entrata. Due ragazzi, uno davanti all’altro, l’uno barcollava all’indietro mentre l’altro caricava un pugno fin da dietro la schiena, lasciandoglielo cadere sulla tempia. Cadde a terra e allora si fecero avanti altre tre figure che presero a tirargli calci selvaggiamente in testa, sulla schiena, nell’addome. Animato da chissà quale forza, forse soltanto da un riflesso muscolare, la vittima fece per alzare il busto, come volesse mettersi seduto. A quel movimento ascendente ne venne incontro un altro opposto: un calcio che sembrava mosso da una rabbia antica di secoli, di quelli che si vedono soltanto in qualche gabbia ottagonale, ma senza il fascino della tecnica e dell’agonismo, soltanto rabbia, ferocia e una strana forma di piacere, di potere. La testa, colpita, si rivolse indietro come dovesse staccarsi, poi tutto il corpo la segui, accasciandosi lentamente, come un burattino a cui si taglino improvvisamente i fili. Gli aggressori stettero un’istante a guardare il loro lavoro, la contemplavano col sorriso stretto fra i denti, le braccia lievemente allargate e i corpi protesi in avanti come pronti ad una nuova carica. Guardavano quel corpo riverso per terra, con le gambe accavallate, semi distese, riverso su un fianco fino al collo, che, come fosse fatto di cera scaldata, lasciava che la nuca si appoggiasse in terra, così che gli occhi spalancati potessero guardare il cielo buio e coperto, di un nero chiazzato dal grigio delle nuvole, più chiare dove la luce fioca della luna riusciva ad insinuarsi. Il braccio destro si stendeva molle fino al ginocchio, il sinistro, rigido e tremolante, vi si sovrapponeva, e la mano, le dita, poggiavano in terra molli mostrando un lieve strato di terra sotto le unghie. Non fosse stato per il buio di quel parcheggio si sarebbero visti dei piccoli graffi dove quelle si erano piantate per permettere quell’ultimo spasmo verticale, dei piccoli solchi coi contorni sfrangiati dalla forza che subito le aveva eradicate dall’appiglio.
La bocca era chiusa e da un’apertura del labbro inferiore un fiotto di sangue scorreva fino sulla camicia. Il bianco del cotone si mescolava al marrone chiaro del fango e al nero del sangue in un’unica macchia chiaroscura che era il petto del ragazzo. Sembrava un pettirosso precipitato dal nido, colpito nel suo cadere da un’automobile in corsa e dimenticato sull’asfalto.
Ma il branco rimase a guardare soltanto un istante, poi qualcuno sputò su quella natura morta e si allontanarono.
Aveva immortalato tutto. Da dietro lo stipite del cancello era riuscito ad avere una visuale discreta, con la mano appena sporta al di là della colonna e il resto di sé ben nascosto. Era nel panico, non sapeva cosa fare, ma aveva ripreso tutto. Corse di nuovo all’entrata, cercava aiuto, disse – Hanno ammazzato di botte uno, qua nel parcheggio! Venite a vedere! –.
Autore: b.


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