Leggere tra le righe

Ci sono dei giorni in cui la calma lotta con la noia. Non si sa bene se la quiete in casa, accompagnata da una tisana calda e una candela accesa, basteranno a riconciliarsi con il mondo. Questo silenzio, dettato da valanghe di studio incompleto e un avvicinarsi incombente di esami, ti rende apatica e alla ricerca continua di stimoli nuovi che non siano teorie astratte che tra un mese scorderai. Ti alzi, vai in cucina, apri il frigo. Chiudi il frigo. Ti siedi sulla scrivania, apri il libro. Lo osservi come osservavi da piccola l’ape che si posava sul fiore. Uno po’ curiosa, un po’ schifata, un po’ con gli occhi socchiusi dai raggi del sole. Richiudi il libro. Ti alzi. Apri l’armadio. Chiudi l’armadio. Torni in cucina e bevi dell’acqua; ti sale una fame insaziabile. Ti rendi conto che la tua voglia di cibo viene dal vuoto intorno che ha prosciugato tutto. E mentre il tuo stomaco si autodigerisce attraverso movimenti peristaltici rumorosi, decidi che è giunta l’ora di iniziare a leggere un nuovo libro. Il brrr brr dalla pancia accompagnato da un vago senso di colpa e ti chiedi: perché ogni volta che devo studiare mi viene voglia di imparare nuovi hobby, di leggere nuovi libri, di cucinare nuove ricette, di fare qualunque cosa fuorché quello che dovrei davvero fare? Una insoddisfazione mista ad una irrequietezza stanca. Per la stessa stupida sensazione avevo preso qualche anno prima la malsana idea di imparare il flauto dolce durante una sessione d’esame in cui avrei dovuto dare lingua latina. Il flauto dolce. Uno strumento non degno neanche dei giorni più vuoti e inutili in campagna, quando devi davvero cercare di ricordarti di essere in vita, tra la lentezza delle cose che pesano su di te. Invece no, nel periodo più stressante dell’anno, in cui non avresti neanche il tempo di farti la doccia e gestire i bisogni primari, ecco il flauto, o come adesso, eccomi davanti la libreria e scivolare con gli occhi tra i mille titoli e le mille copertine in cerca di qualcosa di colorato che ti salvi da questo torpore pomeridiano; che ti salvi dalle incombenze terrene. Opti per un libro di tuo padre; un bel titolo accompagnato da una copertina minimalista. Caratteri medio grandi; una grafica semplice da emozioni semplici. Ti siedi nella poltroncina comoda in veranda, quella che ti pizzica la schiena con i pallini di cotone infeltriti. La vetrata che da sul giardino. I vasi mangiati dalla pioggia e le piantine dai fiori vivaci, adesso secchi e infreddoliti. Un po’ ti culla questa soporifera giornata che non inizia mai. Con un sorrisetto malizioso di chi sa che procrastina i doveri, emozionata da una storia che parla di montagne e neve, amicizie e venti freddi, nostalgie e viaggi in Tibet, inizi a leggere. Le prime dieci pagine scorrono veloci. I nomi dei protagonisti ti piacciono e ti chiedi se siano davvero i nomi ad essere belli o siano le persone con quei nomi, nella vita reale, che hanno reso il suono di quelle lettere più lievi, piacevoli. Ci autoinganniamo facilmente correlando suoni e oggetti; il bello delle cose che già conosciamo. Come quando vai a fare shopping e ti fiondi su una maglietta e dopo averla scrutata un po’ pensando di comprarla, ti rendi conto che ti piace solo perché ne hai già una molto simile. Ecco che dopo i primi minuti di lettura, ne scorgi una. Ti fermi. La rileggi e la guardi come un tesoro. Una riga. Una riga a penna. Un regalo di chi ha già letto il libro prima di me. Leggere libri di qualcun altro ha un sapore aspro e dolce. Una pratica che non voglio si perda mai: sottolineare i libri. Viverli come oggetti che si usurano con il tempo. Scarabocchiare nella carta pulita e che profuma di un’antico piacere. Niente di più intimo di vedere come un’altra persona abbia vissuto l’esperienza che stai vivendo tu adesso. Come una guardona, nel calco d’inchiostro, ho visto mio padre leggere quelle frasi, adesso tracciate da segni sicuri e arroganti. Ho visto il modo in cui impugnava la penna e l’iniziale esitazione del suo tocco. Ho notato in me un po’ di emozione, un po’ di colpa, nell’ entrare dentro un momento cosí autentico. Era solo suo, un momento di amore con se stesso. Leggere le frasi che piú l’hanno colpito, degne del suo evidenziarle, mi ha reso complice di un delitto: non rispettando la sua intimità, intrufolandomi tra quelle lettere firmate, ho letto due libri. Quello cartaceo che tenevo in mano. Quello che costruivo nella mia testa: l’insieme delle lettere rimarcate. La storia di un uomo immerso dentro delle emozioni personali che ad un tratto diventano pubbliche. Una nudità socialmente accettata quella di guardare nei libri d’altri. Leggendo tra le righe di mio padre, ho sentito me stessa sdoppiarmi. Tre storie intrecciate sdraiate in una sola poltrona.

Autore: Paola.

Commenti

Una risposta a “Leggere tra le righe”

  1. Avatar Massimo
    Massimo

    Sono il padre, quello che ha sottolineato il libro, quello che è stato denudato in questo racconto. Imbarazzo, ma bello, senso della condivisione, ma dolce. Anche a me piace rileggere le sottolineature, quelle degli altri e anche le mie, quelle fatte anni prima, e cercare di ricostruire e rintracciare i percorsi mentali che hanno reso quelle frasi “degne di essere sottolineare”. Aspetto il tuo prossimo scritto, cara Paola.

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