In data 16 novembre stavo seduto nell’esplanada dell’FCSH quando una ragazza del Movimento Estudantil pela fim ao fossil quasi mi faceva strozzare col pranzo, urlando a me e agli altri ragazzi che erano lì, che stavano schedando alcuni suoi compagni e che tutti noi dovevamo intervenire per fermare quella barbarie, pena l’essere complici, o peggio, mandanti morali di quella che gli attivisti additavano con cori e tamburi come una rappresaglia fascista.
Un po’ di contesto. Nella giornata medesima l’ala giovanile di Chega – che per semplicità descriverò come la Lega Salvini portoghese – era giunta in mattinata al campus di Avenida da Berna per fare volantinaggio, con argomentazioni assolutamente discutibili, contro quella che definivano un’occupazione inutile e dannosa, portata avanti con tende, tamburi e bombolette spray dagli studenti per il clima. Come c’era da aspettarsi (e come certamente i giovani destrorsi si aspettavano) l’accoglienza non è stata delle più calorose. Neanche dieci minuti più tardi tutti quei volantini, i loro brandelli per l’esattezza, riempivano i cestini del campus e nell’aria si sentiva l’odore classico di carta bruciata. Alcuni dei giovani di Chega sono stati immediatamente accompagnati al cancello dalle spinte gentile degli attivisti, altri, più tenaci, sono rimasti un paio d’ore fermi, spalle a una siepe, a prendersi insulti dalla folla che gli si era chiusa introno.
Bene, prima osservazione: credo sommessamente che quando si parla di politica, figuriamoci quando si pretende di farla, i gesti e i simboli abbiano un’importanza. Non è mia intenzione fare paragoni impropri, ma quali sono le uniche forze politiche a poter vantare d’aver bruciato gli scritti dell’opposizione? La risposta la lascio a voi.
Seconda osservazione: per delle persone che sostengono di battersi per la libertà in tutte le sue forme questa è stata quanto meno un’occasione persa per mettersi a sedere col “nemico”, per confrontarsi. Mi domando poi da dove venga questa paura, questa reticenza al dialogo, vista la sicurezza granitica con cui quegli studenti portano avanti le loro tesi.
Questo atteggiamento ha poi provocato altre evitabilissime conseguenze. Non ci voleva molto a capire che i ragazzi della destra si trovavano lì esattamente per essere aggrediti, non è certo un caso se ad accompagnarli c’era una deputata del partito medesimo, che, sorpresa sorpresa, appena uscita dall’università ha rilasciato un’intervista all’Observador lamentando la “terribile aggressione”. Insomma, come spesso accade, cause giuste finiscono in vacca perché perorate nel modo più sbagliato possibile. Questo non è un unicum del movimento studentesco portoghese, anzi, è un fenomeno che sembra affliggere buona parte della sinistra militante europea, o almeno le sue frange giovanili ed ecologiste, che sfilano per le strade del mondo nei loro baschi alla Black Panthers, anfibi e canottiere col segno dell’Om, portando avanti, a tempo di tamburi e tamburelli, un attivismo divertito e danzereccio, ma poco solido, poco organizzato, come dicono da queste parti: muito, muito fraco.
In chiusura, vorrei dire a quella ragazza che urlava a inizio di questo pezzo che per quanto io sia d’accordo con l’urgenza di un intervento politico sulla questione climatica, quella non è la mia battaglia, non è il mio modo di condurla e non voglio esservi associato. Quella carnevalesca occupazione autorizzata dall’università – che è di per sé una contraddizione in termini – non mi appartiene. Credo ancora, forse stupidamente, nelle istituzioni democratiche e pertanto odio quella retorica per cui o sei con me o sei contro di me. E credo anche nell’università, forse ancor più stupidamente, e vederla imbrattata da chi dovrebbe farla propria mi sembra davvero un brutto segnale. Non state combattendo per me. Non state combattendo per me.


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