Dalla finestra aperta arrivava il rumore di un aereo tanto vicino che a guardarlo sembrava dovesse scontrarsi con i palazzi la sotto. Chissà quante persone c’erano dentro, chissà dov’erano dirette. Chissà quante ore prima erano arrivate in aeroporto, alcune compagnie consigliano di arrivare fino a quattro ore prima per evitare il traffico ai controlli. Quattro ore sono troppe, poi l’aria condizionata fa venire subito il raffreddore.
Saranno state le dieci e mezzo del mattino, fuori dalle persiane c’era una bellissima giornata, pure troppo calda per essere settembre. Si alzò finalmente dal letto, mise gli auricolari e andò a fare colazione. Latte, cereali e il podcast di una rassegna stampa trasmessa in diretta qualche ora prima. Ancora morti in Medioriente, un’altra manovra discutibile e discussa del governo, una mostra d’arte allestita nei locali del consiglio comunale da un ragazzo di cinquant’anni con una voce acuta e pieno d’entusiasmo per le domande del giornalista tanto fiero dell’approdo di un po’ di cultura in quel buco dimenticato da Dio e dal sonno, da quando l’aeroporto era diventato internazionale e aveva quattro piste in più. Però, capiamoci bene, un aeroporto così era una bella risorsa, tante opportunità, tanta gente.
Lo sport, finalmente. In campionato volavano le solite, fatta eccezione per qualche sorpresa destinata a spengersi nel girone di ritorno: è nelle trentotto partite che si valuta la forza di una squadra. La sua, tutto sommato, non andava così male, aveva un buon allenatore e qualche promessa societaria che faceva ben sperare i tifosi, sempre però scettici perché promettere è facile, ma la forza di una squadra si vede sulle trentotto partite. Mentre metteva tazza e cucchiaio nella lavastoviglie la trasmissione finì ed iniziò una canzone che doveva aver messo in coda la sera prima.
Lasciò la lavastoviglie aperta, col carello in alto fuori, prese il cellulare per mettere un altro podcast d’approfondimento economico-finanziario con la musica techno in sottofondo (strano, ma accattivante) e pensò che non sarebbe stata poi una tragedia se la lavastoviglie fosse rimasta aperta, magari il carello poteva piegarsi un po’ ma era quasi vuoto.
Tornò in camera, forse avrebbe dovuto farsi una doccia, non sarebbe stata una cattiva idea, pensava, mentre seduto sul letto scorreva brevi video sul telefono. Si erano fatte quasi le dodici, doccia.
Si spogliò, aprì l’acqua calda e mentre l’aspettava pensò che non poteva entrare in doccia con gli auricolari, e quella trasmissione non era adatta all’altoparlante, troppi bassi, dalla doccia non avrebbe sentito niente. Era il momento dell’FM, alle dodici iniziava il giornale radio, perfetto. Entrò in doccia realizzando che le pubblicità radiofoniche non erano poi così diverse da quelle televisive, se non per l’immagine naturalmente, ma già lo immaginava il prodotto se ne sentiva parlare, ci aveva pensato la TV. L’acqua gli passava sul corpo mentre rifletteva su come la voce della cronista del GR fosse stata li presente anche prima che lui le permettesse di essere amplificata dalle casse del telefonino, sotto forma di un qualche tipo di onda invisibile e sempre disponibile, ma che bisognava saper captare. Sarebbe stato sicuramente più pratico se avesse potuto farlo da solo, senza bisogno di attrezzi. Sempre aggiornato, sempre sintonizzato, e senza muovere un dito. Poi per radio, che è sempre romantico.
Ecco il segnale che saltava, non si capiva più niente, forse mettendo il telefono un po’ più vicino alla finestra sarebbe stato meglio. Uscì dalla doccia ancora insaponato, spostando l’apparecchio in cerca di un suono pulito, e nonostante cercasse di tenere sotto i piedi un asciugamano per terra si era formato un lago. Ecco, la voce era tornata chiara e lui tornò a finire di lavarsi.
Mentre si asciugava i capelli lesse degli editoriali su certe uscite fuori luogo di alcuni politici, cercava di consultare testate diverse, per vedere cosa pensasse il nemico. Cominciò a vestirsi in fretta, erano già le tredici ed era una bella giornata, pranzare all’aperto non era una cattiva idea. Dopo poteva andare a dare un’occhiata a quella mostra in comune, quel giornalista l’aveva incuriosito. Mise le scarpe e uscì.
A metà delle scale diede uno sguardo al telefono, erano già le quattordici, avrebbe trovato qualcosa di aperto? Tardi era tardi. Magari un panino, ma un panino non era molto attrattivo. Girò le spalle e tornò in casa a farsi un piatto di pasta. La mostra stava aperta fino alle diciotto, perfetto.
Sul balcone, con la pancia piena e una sigaretta in bocca leggeva ancora qualche informazione sull’artista e sull’esposizione, poi si chiese, guardando la statale perdersi tra le colline, quanto ci sarebbe voluto per arrivare a Firenze, quanto era grande, dove andavano a finire tutti quei vicoli stretti tra il cemento degli edifici e il silenzio degli appartamenti tutti uguali. Forse avrebbe voluto viaggiare, fare esperienze. Cercò una lista di posti da vedere prima di morire e rimase affascinato e basito a leggere di certe usanze tradizionali.
Mancava un quarto d’ora alle diciassette, era il caso di andare alla mostra, altrimenti neanche il tempo di arrivare che avrebbe dovuto andarsene. Prima di uscire andò in bagno e approfittò per finire di vedere un video secondo cui in India, per annuire, si muove la testa in orizzontale, al contrario in pratica.
A metà delle scale si fermò, erano le diciassette e dieci, neanche il tempo di arrivare, in fondo quella mostra voleva vederla bene, non aveva molto senso andare per così poco tempo, magari c’era pure da pagare il biglietto. Risalì la sua metà di scale, entrò e chiuse la porta.
Autore: B.


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